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In 400 a cantare l’Inno d’Italia coi bersaglieri

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Fanfara dei Bersaglieri al Genio

Fanfara dei Bersaglieri al Genio

I Bersaglieri al Genio

I Bersaglieri al Genio

I Bersaglieri al Genio

I Bersaglieri al Genio

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I Bersaglieri al Genio

I Bersaglieri al Genio

Luigi Roselli, presidente della sezione Bersaglieri di Viterbo

Luigi Roselli, presidente della sezione Bersaglieri di Viterbo

– Grande successo per il “Pomeriggio insieme con i bersaglieri”, organizzato sabato scorso al cinema Teatro Genio dall’associazione nazionale bersaglieri – sezione di Viterbo, presieduta da Luigi Roselli, e l’associazione culturale Take off.

Pezzi forti della manifestazione sono stati l’esibizione della fanfara dei bersaglieri di Viterbo e la proiezione del film girato a Viterbo “Piume al vento” dopo il ritrovamento. Per la nostra città è stata come una “nuova prima visione nazionale”.

Circa 450 persone hanno riempito la sala cinematografica fin dalle prime ore del pomeriggio, congedandosi soltanto dopo circa tre ore al suono e al canto collettivo e commovente dell’Inno dei Mameli.

Il film “Piume al vento” venne realizzato circa due anni dopo la riapertura del cinema Genio con molte sequenze, come anche riportano le cronache locali dell’epoca, girate nell’estate del 1950 a Viterbo.

Diversi i luoghi riconoscibili della nostra città: Piazza San Faustino con il suo bel lavatoio in Vicolo del Ceneraccio, Via del Pavone con il bellissimo Palazzo Orioli che oggi ha lasciato il posto al Cinema Metropolitan, l’angolo in Via Prada con l’edicola votiva e il balconcino barocco in ferro battuto, un piccolissimo frammento di Via Orioli, Via Piana con un profferlo ormai scomparso, Via Fattungheri quasi inalterata, Piazza del Gesù con la chiesa omonima e il bar Cianchella sotto l’arco, Via dei Pellegrini, Via Cardinal la Fontaine, Piazza Sallupara e l’angolo di Via San Faustino con il palazzo distrutto dai bombardamenti

Altre scene quasi sicuramente sono state girate in altri paesi o città. Ad un certo punto s’intravede il panorama di un paesino al quale nessuno ha saputo dare ancora un nome. Diverse scene, come scritto nei titoli di presentazione del film, sono state girate negli stabilimenti cinematografici S.a.f.a. Palatino di Roma, stabilimenti utilizzati, tra gli altri, anche da Pier Paolo Pasolini per molti suoi film, e dove oggi è il Centro di produzione televisiva da dove vengono trasmessi i programmi delle reti Mediaset.

“Piume al vento”, proiettato nelle sale nel 1951, è un film realizzato in pellicola da 16 mm e prodotto da “Tullio Bucci film” con interpreti principali Leonardo Cortese, nei panni del tenente Stefano Lanza, Olga Gorgoni nei panni di Marta Flores “provocante sciantosa” e il piccolo Enzo Cerusico nei panni di Pinin fratello della popolana Lucia. Un film che, al tempo, non ebbe grande fortuna. In più Olga Gorgoni, morirà tre anni dopo, all’età di 32 anni, insieme al produttore Tullio Bucci.

Il 28 febbraio del 1954, infatti, si recarono insieme a San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, per assistere alla proiezione dei film Piume al Vento e Delitto al Luna Park. Al termine della serata i due raggiunsero il vicino comune di San Giorgio la Molara per pernottare ma, durante la notte, trovarono la morte per avvelenamento derivante dalle esalazioni di monossido di carbonio prodotte da una stufetta.

Tra le comparse di “Piume al vento” figurano molti viterbesi tra le quali le cronache locali ricordano Spartaco Andreoli (aiuto del prof. Papini nella costruzione della Macchina di Santa Rosa) nella parte di uno di quei bersaglieri che sfilano in Via del Pavone e Piazza San Faustino alla fine del film, e il piccolo Franco Jocco, un pianoscaranese alto meno di un metro che “posa con molto impegno”.

Un film presente nelle principali filmografie, mai stampato in pellicola formato 35mm, mai riversato in supporto Vhs o Dvd, assente nella cineteca nazionale, assente negli archivi della Rai, irrecuperabile anche usando i più comuni siti internet specializzati. Assente anche nell’archivio-museo dell’Associazione nazionale dei bersaglieri e assente nelle biblioteche e negli archivi delle zone circostanti Caporetto e il Piave. Soltanto la biblioteca comunale di Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, ne possiede una copia, in formato 16 mm, inutilizzabile perché “incollata”.

Ho iniziato a cercare il film su segnalazione di un carissimo amico collezionista che aveva acquistato, sui banchi del mercatino di antiquariato e collezionismo, una fotobusta originale del film raffigurante la fontana di Piazza San Faustino in Viterbo e alcuni personaggi. Questi, riservatissimo come tutti i collezionisti, m’informò di questa cosa dopo circa trent’anni di sue ricerche senza esito.

Io con molta pazienza e con molta perseveranza, facendo ricerche mirate, scrivendo lettere e mail, telefonando ai responsabili degli archivi, cineteche e biblioteche d’Italia, sono riuscito a localizzarne due copie: una presso la Fondazione Cineteca di Bologna e l’altra presso la Biblioteca di Vittorio Veneto in provincia di Treviso. Quest’ultima inutilizzabile perché incollata.

La copia della Cineteca di Bologna, però, non poteva essere data in prestito per la sua rarità e per il rischio di un suo deterioramento irreversibile. La duplicazione, in formato digitale, è stata possibile soltanto dopo un particolare intervento tecnico fronteggiato grazie alla disponibilità di un gruppo di amici che hanno contribuido, con una colletta, a portare a termine l’iniziativa”.

La preziosa copia, usurata dal tempo, è stata “lavata” per ottenere una migliore resa e riversata con il sistema del telecinema su supporto digitale dvd.

Tutti i viterbesi più anziani si ricordano che questo film venne girato a Viterbo. Tra questi Bruno Valenti mi ha riferito che gli attori dimorarono in un appartamento sito in Via Santa Rita 4. “Mi ricordo di una ragazza – racconta Valenti – che doveva dare un bacetto sulla guancia a un bersagliere in Piazza San Faustino. Le sue labbra, però, dovevano toccare il cinturino del cappello, perchè diversamente la censura avrebbe bloccato la proiezione della pellicola.

Pellicola che, comunque, incontrò qualche problema di censura. Sulla domanda di revisione del novembre 1950, infatti, è scritto: “… si esprime parere favorevole alla proiezione in pubblico, a condizione che vengano eliminate le scene in cui si vedono alcune ballerine che indossano mantelli con emblemi dell’ex Impero austro-ungarico (Aquila bicipite), e che sia tolta la battuta di Marco: Loro sono i padroni e noi dobbiamo trattarli con rispetto”.

Le cronache locali dell’epoca descrivono il film “Piume al vento” come “L’ennesimo si gira a Viterbo” dopo Otello, San Francesco e Margherita da Cortona sono in scena a Viterbo i bersaglieri dall’eterno passo di carica che facevano impazzire le nostre donne diciottenni”.

“Piume al vento” narra, infatti, una storia dei bersaglieri, puramente immaginaria, durante la Prima Guerra Mondiale, cominciata nell’autunno del 1917, quando un nome tragico e desolante percorse tutta l’Italia: Caporetto.

Nelle vicinanze del Piave, sulle cui sponde l’avanzata austriaca fu arrestata, Anna attese lungamente il ritorno di Stefano nella sua vecchia casa occupata dal nemico. Una storia che, nel film in questione, finisce con “la vittoria che riporta il tricolore sulle terre redente”. “In un’ondata travolgente i bersaglieri riconquistarono il paese e senza sosta proseguirono verso la meta finale”. Ma, oltre la vittoria, furono fatte rivivere anche le memorie di quanti caddero per la patria. Anche molti viterbesi, ragazzi inesperti di appena diciott’anni, furono mandati al fronte e morirono durante la Prima Guerra Mondiale.

Il regista Ugo Amadoro, con un’esperienza unica nel campo dei trucchi, tanto che qualcuno, al tempo, l’ha anche paragonato all’attore regista illusionista francese Georges Méliès, ricreò, nella città di Viterbo, le dolorose vicende degli abitanti di un paese occupato dagli austriaci.

Le cronache locali dell’epoca ci riferiscono che a Viterbo l’arrivo della troupe produsse una certa curiosità: “una vecchietta nel vedere i soldati austriaci col caratteristico elmetto teutonico esclamò costernata: “So’ ritornati li tedeschi!” rimanendo rassicurata soltanto dall’inconfondibile accento bagnaiolo di uno di questi. Un’altra ha chiamato “brocca” il megafono che usava uno degli aiutanti del regista Amadoro e un “fijarello” viterbese che, guardando un cineasta in calzoni gialli e berrettino alla marinara, disse: “Vardà quelue!”.

Recuperare e valorizzare la storia e la cultura della città di Viterbo è possibile. Basta volerlo. Ed è possibile farlo anche a costo zero o vicino allo zero. Questa ne è la dimostrazione.

Due copie del film sono state donate alla Videoteca della Biblioteca Consorziale di Viterbo e all’Archivio parrocchiale della Santissima Trinità di Viterbo per conservarlo e per consentire a tutti gli interessati di poterlo vedere.

Silvio Cappelli


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