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La rete degli informatori al setaccio della Procura

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Paolo Gianlorenzo

Paolo Gianlorenzo

Tentata estorsione. Corruzione. Minacce. Falso. Detenzione abusiva di arma. Appropriazione indebita. Rivelazione di segreto d’ufficio. E ora anche la tentata concussione. 

Sono tutte le ipotesi di reato che pendono sulla testa di Paolo Gianlorenzo. L’ultima in riferimento alla sua rete di informatori.

Anche qualcuno di loro è stato trascinato sotto i riflettori dell’inchiesta Vinitaly-macchina del fango. Tre sono i dipendenti pubblici indagati dal pm Massimiliano Siddi. Ma non tutte le posizioni sono uguali. Il più compromesso è Luciano Rossini, funzionario dell’Agenzia delle entrate.

E’ in concorso con lui che Gianlorenzo deve rispondere di tentata concussione. Secondo quanto riportato sull’avviso di conclusione dell’inchiesta, notificato a tutti gli indagati, il giornalista avrebbe agita da “intermediario, con il ruolo di mettere in relazione Rossini” con un notaio viterbese. Fatto ciò, secondo la procura, Gianlorenzo e Rossini “compivano atti idonei diretti in modo non equivoco a indurre il notaio a procurare a entrambi vantaggi patrimoniali”.

A marzo dell’anno scorso, il funzionario dell’Agenzia delle entrate prende appuntamento allo studio del notaio. L’incontro sarebbe stato “procurato per il tramite e in preventivo accordo con Gianlorenzo, che si proponeva di ottenere uno sconto in relazione a un atto da stipulare”.

E’ in quell’occasione che, per gli inquirenti, si sarebbe consumato il reato: Rossini “rivelava al notaio la notizia riservata che l’Agenzia delle entrate di Viterbo stava per sottoporlo a un controllo fiscale”. Il funzionario sarebbe sceso nei dettagli, “enfatizzando la possibilità che da detto controllo potessero emergere delle irregolarità anche solo formali”. A quel punto, “si proponeva, con espressioni implicite e allusive, come soggetto in grado di aiutarlo e consigliarlo rispetto a tale controllo e, pertanto, quale sostanziale consulente”.

A Rossini, la procura contesta una doppia rivelazione di segreto d’ufficio, per aver comunicato la stessa notizia riservata sia al notaio che a Gianlorenzo. 

Più leggere le posizioni delle indagate Rosalba Rubuano e Sara Bracoloni, rispettivamente dipendenti di comune e Asl di Viterbo. Entrambe avrebbero rivelato notizie riservate riguardanti i dati anagrafici e la posizione lavorativa delle figlie del giudice di Viterbo Salvatore Fanti.

L’anno scorso, prima di finire nel registro degli indagati, Gianlorenzo aveva insinuato che il giudice avrebbe dovuto astenersi nella decisione sull’arresto dei datori di lavoro di una delle due figlie, impiegata alla Asl.

Il quotidiano L’Opinione di Viterbo, all’epoca diretto dal giornalista, aveva pubblicato documenti che riguardavano la professione della figlia del giudice. 

Sulla Rubuano, il suo avvocato Giovanni Labate precisa: “La mia cliente si dichiara del tutto estranea ai fatti. Non ha niente a che vedere con la macchina del fango. Tra lei e gli intenti di Gianlorenzo non c’è nessun collegamento”.


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