– Si avvicina la scadenza dei termini di custodia cautelare per Ala Ceoban.
La 28enne moldava, condannata per favoreggiamento nell’omicidio della sorella Tatiana e della nipote Elena, uscirà dal carcere tra meno di un mese.
Il prossimo 5 agosto sarà il suo quarto anniversario di detenzione. Ma soprattutto, l’ultimo giorno al carcere Borgata Aurelia di Civitavecchia. Salvo imprevisti.
“Dall’accusa di omicidio Ala è stata assolta e deve uscire – afferma il suo avvocato Pierfrancesco Bruno -. Tuttavia, è possibile che le siano applicate misure sostitutive e più leggere come, per esempio, l’obbligo o il divieto di dimora in determinati luoghi. In casi del tutto particolari, si può disporre una proroga della custodia cautelare in carcere. Ma solo per situazioni di estrema pericolosità e, comunque, sempre quando l’accusa è omicidio. Comunque la si guardi, non è questo il caso”.
Il ruolo di Ala è quello più complesso da definire nell’architettura del giallo di Gradoli. Mentre Esposito non La sua posizione viene rivista e ridimensionata nello spazio tra la prima e la seconda sentenza. Il 13 maggio 2011 fu condannata all’ergastolo insieme al compagno Paolo Esposito, elettricista gradolese di sedici anni più grande di lei. Ma soprattutto: suo cognato, convivente di Tatiana e che divideva la villetta di via Cannicelle a Gradoli anche con la figlia 13enne di lei, Elena. Delle due donne si perde ogni traccia dal 30 maggio 2009.
La colpa di quella scomparsa viene attribuita agli “amanti diabolici”, condannati in primo grado al carcere a vita per duplice omicidio e occultamento di cadavere. Ad Ala, la Corte d’Assise di Viterbo riconosce il concorso formale in omicidio: non ha ucciso la sorella e la nipote ma, probabilmente, è intervenuta dopo, per aiutare Esposito a disfarsi dei cadaveri. Per i giudici viterbesi l’omicidio è premeditato. Motivato dalla passione morbosa tra la coppia e dal desiderio di vivere insieme senza ostacoli. Solo Esposito, Ala e la figlia piccola che l’elettricista aveva avuto da Tatiana.
La Corte d’Assise d’appello abbraccia quasi in toto la ricostruzione dei colleghi di Viterbo. Tranne in un solo, decisivo punto: la premeditazione, che per i giudici romani non c’è. Su questo dato si gioca la differenza tra la prima sentenza e la seconda. Ala non ha organizzato. Ha aiutato. Da qui, la riforma dell’ergastolo in soli otto anni per favoreggiamento e occultamento di cadavere. A lei sta bene così, ma la sentenza non è definitiva: il procuratore generale Alberto Cozzella ha fatto ricorso perché vede tutti gli estremi della premeditazione. Se ne riparlerà il 15 novembre in Cassazione.
Lei, intanto, vede finalmente la luce. Anche se la vita fuori, dopo aver passato quattro anni dentro, non sarà facile. “La vera domanda è: cosa farà Ala una volta uscita dal carcere? – si chiede l’avvocato Bruno -. Non lo sappiamo ancora. La mia preoccupazione è innanzitutto quella di farla uscire, ma anche di prepararla logisticamente alla nuova vita che la aspetta. Ala è giovane, ma ha sempre lavorato. Ha pochi risparmi da parte e non avrà più il permesso di soggiorno, a meno che non glielo rinnovino per motivi di giustizia. Tutto quello che sappiamo, ora come ora, è che deve uscire dal carcere, che assisterà al processo in Cassazione da donna libera in attesa di giudizio e che, una volta fuori, avrà bisogno di aiuto”.




