– “Auguro a Viterbo di crescere con la sua università”.
Per molti anni, quattordici di preciso, il nome di Marco Mancini è stato sinonimo di “rettore dell’Univerità della Tuscia”. In questo periodo infatti il rettore ha guidato l’ateneo viterbese crescendolo, come lui stesso sostiene, come un bambino. Ora per il presidente della Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane, è arrivato il momento di lasciare. E lo farà entro lunedì.
Lo scorso 12 luglio, infatti, Mancini, su proposta del ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, è stato nominato capo dipartimento del Miur per l’università, l’Afam (Alta formazione artistica e musicale) e la ricerca. Un prestigioso incarico già precedentemente affidato a un dirigente della Comunità europea e che per la prima volta sarà ricoperto da un professore universitario. E sorrattutto da un ex rettore.
Mancini è sereno nel ricordare i suoi anni a Viterbo, ma allo stesso tempo non nasconde un pizzico di preoccupazione per il nuovo camino che si accinge a intraprendere.
Finalmente se ne va, ma lo sa che non se ne poteva più di lei?
“Avete tanto insistito e vi faccio questa cortesia”, ironizza Mancini.
A parte le battute, quando presenterà le dimissioni se non lo ha già fatto?
“Le pratiche formali sono già state istruite. Il 19 luglio c’è stato il decreto del presidente della Repubblica e sarò rettore finché non ci sarà la ratifica della Corte dei conti che dovrebbe arrivare entro lunedì. La cosa mi è stata appena confermata”.
In questa fase, chi guiderà l’ateneo?
“Secondo quanto prevede lo statuto, il decano che è il professore ordinario più anziano di ruolo e che in questo momento è Alberto Beretta Anguissola, professore di Letteratura francese al Distu, il Dipartimento di lingue”.
Cosa andrà a fare?
“Sarò al vertice tecnico-amministrativo del ministero per quello che riguarda l’università, la ricerca e tutte le accademie e i conservatori. Si tratta in pratica del coordinamento di tutte le direzioni generali che si occupano dei finanziamenti alla ricerca, al sistema universitario e agli ordinamenti delle scuole accademiche musicali”.
Che tipo di capacità decisionali ha questo ruolo?
“Sopra di me c’è solo il ministro. E’ chiaro?”.
Il futuro dell’università italiana dipenderà molto dal suo lavoro, quindi. Uno snodo centrale dal punto di vista operativo.
“Dipenderà pure dalla collaborazione che il dipartimento riuscirà ad instaurare con il ministro cui va, ovviamente, tutta la mia gratitudine per questo gesto di fiducia”.
Un bilancio della lunga parentesi viterbese?
“Sono arrivato a Viterbo 28 anni fa – inizia a raccontare Mancini – e qui ho fatto tutta la mia carriera accademica. All’inizio ero un professore a contratto, poi sono diventato associato nel 1987 e ordinario nel 1994. A Viterbo sono anche cresciuto sul piano della professionalità amministrativa. Un’esperienza che mi è servita per fare il presidente della Conferenza dei rettori e che mi servirà di qui a qualche giorno per fare il capo dipartimento. Devo moltissimo a questa città, ai miei colleghi, al personale e a chi ha collaborato con me. Insomma, è stata un’università che mi ha voluto bene”.
Ricorda il primo giorno a Viterbo?
“Come se fosse adesso. Avevo sbagliato l’autobus e invece di andare al campus mi hanno portato da qualche parte verso il rettorato, mentre io dovevo raggiungere la facoltà di lingue. Nessuno sembrava saperne nulla. A quel punto, ho incontrato casualmente una persona molto gentile, la mamma di Silvio Cappelli, che alle mie indicazioni, ha risposto che probabilmente dovevo andare in un posto fuori dal centro. La mia impressione? – si domanda – Che allora l’università la conoscessero in pochissimi. Sono sicuro che se la stessa domanda venisse fatta adesso, sarebbe più facile rispondere correttamente”.
La prima persona che ha incontrato nell’ateneo?
“Fu proprio il professore Beretta Anguissola, che era il segretario verbalizzante dell’università che mi dava l’incarico. Era l’85 e avevo 27 anni”.
Un bilancio del suo rettorato, come ha preso l’università e come la lascia?
“Ho preso un’università che stava nascendo e che aveva già una sua forza sul piano scientifico. Credo, spero e mi illudo di averla portata a maturazione e di averla preparata a quella che sarà una competizione, ahimé, molto dura. Il bambino è cresciuto, si è irrobustito e ora è pronto per correre”.
Nel dettaglio, cosa rappresentava l’università quando ne ha assunto la guida?
“L’università era un luogo importante, ma fuori dalle mura della città. In tutti i sensi. Sicuramente in questi anni è aumentata l’integrazione, anche fisica, perché oggi almeno tre quarti dell’università sono collocati all’interno degli edifici storici della città. Ma soprattutto mi sembra si sia consolidata l’idea che Viterbo è a pieno titolo una città universitaria. E questa mi sembra una conquista importante per il mio rettorato. Una grande soddisfazione”.
Sul piano economico, quale situazione ha trovato e in quale lascia?
“Allora l’autonomia finanziaria stava muovendo i primi passi, poi è cambiato tutto. C’è stata una responsabilizzazione in loco con più incombenze di prima. L’università quindi si è dovuta formare all’autonomia e ciò ha portato a un difficile periodo di transizione che fortunatamente è stato superato. Adesso mi pare ci siano tutte le premesse perché questa università possa stare tranquilla. Peraltro la valutazione della Vqr, cioè della qualità della ricerca, fatta dall’apposita agenzia (l’Anvur) lo scorso 16 luglio, ha piazzato il nostro ateneo al decimo posto della classifica nazionale. E’ un grande risultato, se si pensa con chi competiamo”.
E’ presidente della Crui. Cosa accadrà, fino a quando resterà in carica?
“Nel momento in cui andrò in aspettativa e non più rettore, non sarò più nemmeno presidente della Crui. Sono tranquillo per il futuro della conferenza e per chi mi succederà”.
Tre cose che è riuscito a realizzare nell’università e di cui è orgoglioso?
“Una sicuramente è l’aspetto edilizio. La seconda è quella di aver fatto in modo che questa università, che è di piccole dimensioni e all’interno di un contesto economico non particolarmente robusto, è uno dei primi atenei d’Italia per la ricerca. E non solo ad Agraria che è una punta di eccellenza, ma anche nella ricerca giuridica e umanistica che sono molto buone. Lo dobbiamo naturalmente ai nostri colleghi che hanno lavorato magnificamente. Infine sono molto soddisfatto di aver creato un rapporto solido e strutturale con le forze armate”.
Due cose che, invece, non è riuscito a fare?
“Sono molto rattristato per non essere riuscito a portare a compimento il cantiere della basilica di Santa Maria in Gradi che prevede tempi biblici per la realizzazione per la mancanza di finanziamenti. E poi… mah… – riflette -, forse avrei voluto ampliare ancora di più l’offerta formativa”.
Rientrerà nei ranghi anche per quanto riguarda la ricerca nella sua materia, la glottologia?
“Ho sempre continuato a fare ricerca, per me non c’è mai stata una interruzione, semmai un rallentamento. Spero quindi di continuare a farla”.
Avrà ruoli in altre università. Ricoprirà qualche cattedra?
“Sono tutte cose da vedersi, per adesso sono a Viterbo”.
Dal punto di vista umano, cosa le lascia l’esperienza viterbese?
“E ‘ chiaro che quando impari a gestire una struttura complessa come l’università, ti adatti alle diversità dei tuoi interlocutori, che è uno dei compiti più difficili. Questo percorso ha cambiato il mio carattere, specie nel modo di relazionarmi con le persone”.
E invece cosa lascia lei a Viterbo?
“Sono orgoglioso di lasciare un lavoro che si vede. In un momento così difficile, abbiamo una struttura pubblica che funziona, che si valuta, che viene valutata e soprattutto che non ha problemi particolari”.
Quante persone lavorano nell’università? Quali sono i numeri dell’università che lascia?
“Il personale strutturato è composto da circa seicento persone di cui 290 docenti e 320 unità di personale amministrativo. Poi ci sono circa 150 persone con contratti di vario tipo e circa nove mila studenti”.
Qual è il bilancio?
“Oggi i trasferimenti ordinari dello Stato si aggirano sui 38 milioni di euro ai quali si aggiungono circa 7 milioni di tasse e contributi studenteschi e altri 25 milioni fra fondi per la ricerca e partite di giro. Insomma circa 70 milioni di euro in tutto”.
Che giro d’affari crea l’università, siete mai riusciti a calcolarlo?
“C’è chi lo ha fatto per noi. Uno studio della Camera di commercio di qualche anno fa ha messo in evidenza un’enorme crescita del terziario e in parte dell’edilizia del territorio, proprio per il rapporto con l’università che ha favorito inoltre l’indotto turistico”.
Viterbo è da sempre stata molto conservatrice. Crede che l’università sia riuscita a influenzarla o la influenzerà dal punto di vista sociologico?
“Non abbastanza – risponde secco -. Abbiamo avviato un lavoro di penetrazione della cultura che però ancora non ha forgiato quella che io amo definire la coscienza civile. Questo aspetto deve essere rafforzato, proprio a partire dal rapporto con l’università. Oggi la città continua a essere chiusa e lo sappiamo bene. La cultura dell’università è solo cominciata e, in questo senso, c’è molta strada da fare”.
Da neo capo dipartimento del Miur, secondo lei, non sarà il caso di abolire le cosiddette “università sotto casa” e iniziare a dare più spazio alle eccellenze vere?
“L’università è un bene pubblico e quindi deve garantire un livello di istruzione superiore ad ampie fasce della nostra società. Siamo indietro rispetto alla media europea. Sono d’accordo nel portare all’eccellenza le università, ma senza indebolire ancora di più il sistema di formazione superiore. Le università non vanno soppresse, perché devono servire a formare. Le università vanno migliorate”.
Non è arrivato il momento di pensare alla creazione di due circuiti e cioè uno che è quello dell’alta formazione per tutti e l’altro quello delle eccellenze…
“Questa ipotesi non fa parte della tradizione accademica italiana che, al contrario, coniuga la buona didattica con la buona ricerca. Un professore universitario deve avere capacità di ricerca e di insegnamento allo stesso tempo.”.
In questa logica, manderebbe fuori dall’università uno come il matematico statunitense John Forbes Nash…
“Sicuramente, nel nostro paese la differenza tra teaching universities e research universities non esiste. Non è nelle nostre corde e secondo me è anche la nostra forza”.
Come si fa a trattenere in Italia i giovani che rappresentano la nostra ricchezza e che sempre più spesso, invece, si trasferisco all’estero? E questo dopo anni di formazione, che costano…
“Rafforzando l’aspetto infrastrutturale delle nostre università che è molto fragile. Ci sono pochissime strutture valide per la ricerca. E’ una cosa che si può fare anche a breve termine e nella quale cercherò di impegnarmi. Poi c’è da superare il gravissimo problema del reclutamento. Il paese ha il ceto docente più vecchio d’Europa e, per recuperare questa situazione, dovremmo incentivare il ricambio creando un piano straordinario. Se non lo facciamo di qui a pochissimo avremmo un’obsolescenza di questa categoria che non sarà più possibile recuperare. Alla luce di ciò non possiamo stupirci se i nostri ragazzi preferiscono andarsene”.
Come è possibile che in Italia un ricercatore venga pagato solo 700 euro, mentre in Olanda o Germania percepiscano addirittura il doppio o il triplo?
“Da noi, in effetti, la filosofia del merito non funziona ancora bene. E poi c’è il solito problema delle risorse”.
Quali saranno le linee che seguirà per rimettere a posto le fondamenta delle università italiane?
“La prima cosa da fare è mettere a fattore comune i fondi per la ricerca e quelli per l’università. Questi finanziamenti devono essere valorizzati in un’ottica territoriale e anche in accordo con le imprese. Solo così faremo l’interesse dei nostri studenti, dell’università e della ricerca, promuovendo oltretutto il paese. Dobbiamo poi far sì che le azioni di autonomia degli enti di ricerca e degli atenei siano favorite a non ostacolate dalla burocrazia”.
Quanto conta in questa ottica il rapporto con le imprese?
“In questo, sicuramente, dovrebbero essere più coinvolte le regioni che sono uno snodo fondamentale anche nella pianificazione dei progetti europei. In questo, tramite il ministero, vorrei poter esercitare un ruolo incisivo. Vorrei adoperarmi per una collaborazione che fosse più stretta e più efficace. Il problema è che la maggior parte delle nostre imprese sono piccole o medie e quindi strutturalmente fragili. Però è anche vero che ci sono delle linee di finanziamento del nuovo programma quadro Horizon 2020 che guardano espressamente a queste imprese e al loro sostegno che unito a quello delle università potrebbe comportare una grande crescita del territorio”.
Quanto si spende per l’università italiana e qual è il confronto con gli altri paesi d’Europa?
“C’è una mappa distribuita pochi mesi fa dall’Eua, l’associazione europea delle università, che indica in rosso i paesi arretrati nel finanziamento all’università e alla ricerca, in verde quelli avanzati e in azzurro quelli rimasti stabili. Tutto il sud d’Europa, e quindi anche l’Italia, è rosso. In paesi come la Germania, invece, i fondi negli ultimi anni sono aumentati del 20 per cento, mentre da noi sono diminuiti del 15 per cento”.
Torniamo a Viterbo. Quali saranno i suoi rapporti futuri con la città?
“Rimango professore dell’università, anche se in aspettativa. Manterrò il rapporto che è quello che ho sempre avuto con la mia università e quindi di affetto, ma anche di preoccupazione per il suo destino. Non voglio però interferire con chi mi succederà”, specifica ridendo.
Al futuro rettore, però, può dare qualche dritta.
“Chiunque sarà, dovrà solo porsi l’obiettivo di migliorare quello che ha trovato, senza mai fermarsi. Lavorare, lavorare, lavorare e farlo tanto per continuare a crescere”.
Quali emozioni prova in questo momento?
“E’ sicuramente un cambiamento radicale della mia vita che richiede un po’ di tempo per essere elaborato. Adesso, comunque, mi rendo conto che sto lasciando un percorso all’interno della mia università che conoscevo e che durava da più di venti anni. La verità? Sono un po’ preoccupato. Fino a oggi avevo delle abitudini lavorative e ora, invece, vado verso il nuovo”.
Ha vissuto appieno la città, quali sono le linee di sviluppo che dovrebbe seguire per crescere?
“Valorizzare i monumenti e il turismo, quello intelligente però… aiutandosi naturalmente con l’università”.
Un suo saluto alla città?
“Auguro alla Tuscia di conservare quelle caratteristiche che ne fanno un posto straordinario dal punto di vista ecologico, storico e turistico. E soprattutto auguro a Viterbo di continuare a crecere insieme alla sua università”.
Carlo Galeotti – Paola Pierdomenico




