– Mi fa piacere notare che finalmente sul territorio viterbese qualcuno oltre a me, alla giunta e al consiglio provinciale, inizi a parlare e a occuparsi della vicenda legata alla proposta del Governo Letta, che segue a quella del Governo Monti, di cancellazione delle Province.
Incuranti della sentenza della Corte Costituzionale, infatti, i membri dell’esecutivo vanno avanti con il programma di eliminazione delle amministrazioni provinciali, accusate inopportunamente di ogni male attribuibile a tutta la pubblica amministrazione del nostro Paese, con una scientifica opera di progressivo taglio delle risorse destinate a questi Enti.
Insomma, una sorta di lenta eutanasia: in attesa di staccare il respiratore, evitano di nutrire il malato in coma. Dimenticandosi però che il “dispetto” lo fanno alla popolazione, che sta progressivamente iniziando a perdere servizi sul territorio.
Il millantato risparmio di questa “geniale intuizione”, inoltre, non esiste. Non ci sarà alcuna riduzione della spesa perché il passaggio delle competenze provinciali alle Regioni, con annesso trasferimento di personale e mezzi, comporterà anzi un cospicuo aumento dei costi. Il resto e tutto frutto di un’autentica e spiccata propensione governativa alla demagogia.
Apprezzo il tentativo di Carlo Mezzetti e Paolo Stavagna di dare una propria personale chiave di lettura dell’affaire Province.
Concordo sulla linea del coinvolgimento territoriale, peraltro da tempo invocata e perseguita dal sottoscritto. Da due anni a questa parte, infatti, partecipo e promuovo incontri e dibattiti in cui si affronta il tema dell’Italia senza le Province e della necessaria più ampia revisione del sistema intero della pubblica amministrazione. Soprattutto in sede UPI, inoltre, sono state avanzate proposte, realizzate di concerto con i territori, che il Governo ha tuttavia ignorato, con buona pace del Parlamento in cui siedono anche rappresentanti eletti nel collegio viterbese.
La discussione a cui il ragionamento di Mezzetti e Stavagna fa riferimento è stata avviata da due anni, ma la politica nazionale e buona parte della politica viterbese, specie nella sua rappresentanza parlamentare, ha evitato di affrontare l’argomento dell’abolizione delle Province sul territorio con un dibattito aperto.
Ho partecipato di persona, insieme ad altri amministratori provinciali, a iniziative di questo genere organizzate, oltre che nel nostro capoluogo con i sindaci dei Comuni del Viterbese, anche a Rieti, Orvieto, Terni e Civitavecchia per dar vita ad un distretto culturale della Tuscia intesa come area vasta. Numerosi, infine, sono i documenti UPI presentati al Governo, completamente ignorati da chi dovrebbe garantire la sopravvivenza e la qualità dei servizi alle comunità locali e invece adotta politiche territoriali con criteri imparati giocando a Risiko.
La Provincia di Viterbo nella sua intera rappresentanza istituzionale, con esponenti della maggioranza e dell’opposizione in egual misura e senza distinzione di colore partitico, sta conducendo da due anni una battaglia per cercare di riaffermare, di fronte ad un’opinione pubblica confusa dal fumo negli occhi gettato dai governi centrali, l’importanza e l’essenzialità dei servizi territoriali erogati da questi enti tanto bistrattati quanto fondamentali nella gestione delle comunità. Siamo chiari: senza le Province molte delle prestazioni a disposizione della popolazione spariranno o saranno comunque limitati, soprattutto se davvero passerà il progetto dei dipartimenti che ingloberanno la Tuscia e il Reatino con l’area metropolitana di Roma, superando anche lo schema delle Regioni.
Per fare un esempio, secondo la comparazione dei dati solo per ciò che concerne l’edilizia scolastica il trasferimento di competenze comporterà disservizi certi e un palese e certificato aumento della spesa. Inoltre, i già minimi fondi dello Stato centrale arriveranno sempre in misura minore, con la maggior parte delle risorse destinate alla Capitale, e ai cittadini non resteranno neanche strutture in cui andarsi a lamentare per le strade che nessuno aggiusta e per gli istituti scolastici che cadono a pezzi.
In tema di riordino territoriale, oggi dobbiamo ancora una volta affrontare la questione partendo dalla cultura, dalle tradizioni, dalla storia comune tra zone limitrofe.
Come ho già fatto in passato, sono molto lieto di aderire alla proposta di Stavagna e Mezzetti di aprire ancora un dibattito ed un confronto aperto a tutti: cittadini, Comuni, rappresentanti delle comunità locali, associazioni.
Anche oggi in sede Upi, insieme ai rappresentati delle future città metropolitane, stiamo esaminando attentamente la proposta Delrio e mi auguro che appena dopo le ferie, a settembre, si possa organizzare un’iniziativa territoriale a Viterbo per discuterne insieme.
Logico e utile sarebbe che a queste manifestazioni partecipassero anche i parlamentari eletti nella Tuscia sia alla Camera che al Senato, perché è a loro e ai loro colleghi che andrà affidata la responsabilità del destino degli enti locali italiani, dato che i decreti legge governativi dovranno seguire l’iter riservato agli atti di revisione costituzionale.
Sempre che non si voglia incappare in altri ricorsi o, peggio ancora, non si voglia confondere la necessità di una rivisitazione complessiva della pubblica amministrazione con la quasi persecutoria crociata contro le Province, viste come sede di una casta inesistente ma in realtà unici e ultimi enti veramente improntati al risparmio e alla tutela dell’identità delle comunità italiane.
Marcello Meroi
Presidente della pProvincia di Viterbo
