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Vinitaly, i vertici di Verona Fiere: “Clima di assedio”

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Angela Birindelli

Angela Birindelli 

– Un “clima di assedio”. Così i vertici dell’Ente fiere di Verona descrivono le pressioni dell’ex assessore regionale Angela Birindelli per spingere aziende di sua conoscenza al Vinitaly 2012.

Nelle carte dell’inchiesta sulla macchina del fango, il salone del vino di Verona diventa l’occasione d’oro per procacciare affari a ditte amiche, secondo l’accusa. Gli inquirenti le riconducono a Giuseppe Fiaschetti, ex patron della Viterbese calcio. Ma Fiaschetti è soprattutto imprenditore affermato nel settore della comunicazione.

E’ una ditta a lui collegata, secondo il pm, che, nel 2011, si aggiudica il servizio di comunicazione del padiglione del Lazio. Ma i soldi non arrivano. La stessa azienda, che Birindelli & Co. vorrebbero imporre anche per il 2012, non vuole gettarsi di nuovo nell’avventura Vinitaly senza aver riscosso i soldi dell’edizione precedente.

Nelle intercettazioni, l’assessora invita Fiaschetti a premere su una manager di Verona Fiere. L’imprenditore si mette subito al lavoro. “Fiaschetti venne a Verona – spiega l’organizzatrice del Vinitaly al pm Massimiliano Siddi -. Con modi molto arroganti, mi chiese di pagare parte del credito vantato per l’organizzazione della comunicazione del Vinitaly 2011. Poiché rappresentai a Fiaschetti che, sulla base delle regole di contabilità eravamo tenuti a rispettare determinate priorità per i debiti più vecchi, quest’ultimo, sempre con fare arrogante, disse che se non avessimo pagato si sarebbe tirato indietro dall’organizzazione del Vinitaly 2012”. Cosa che, in effetti, avvenne. Ma Birindelli e il suo staff cercarono fino all’ultimo di mantenere lo status quo: comunicazione e allestimento del padiglione, per il 2012, dovevano andare alla stessa ditta dell’anno precedente.

Birindelli dà appuntamento alla manager direttamente nella sede di una società di Fiaschetti, con lo staff dell’azienda ad attenderla. “L’intendimento dell’assessore era quello di mettermi di fronte al fatto compiuto e di imporre il progetto – continua la manager -. Mi rendevo inoltre conto che, nelle intenzioni dell’assessore Birindelli c’era anche quella di far realizzare alla ditta tutti i servizi collegati al padiglione della regione Lazio, con evidente lievitazione dei costi”. Non finisce qui. Per convincere più facilmente l’organizzatrice del Vinitaly, l’assessora la porta nell’ufficio del responsabile amministrativo della ditta. “Mi sentivo estremamente frastornata e in difficoltà per il contesto poco chiaro e spiacevole nel quale la Birindelli mi aveva messo e che percepivo quasi come una trappola dalla quale contavo di liberarmi presto, poiché non avevo alcuna voglia di parlare con questa persona”.

Alla fine, i tempi stringono e l’Ente Verona Fiere cede. La situazione resta “paludosa” agli occhi degli organizzatori di Vinitaly. Finché non succede l’impensabile: la ditta si tira indietro. “Caddi completamente dalle nuvole – commenta la manager -, non comprendendo le ragioni di una tale defezione dopo tutte le pressioni, più o meno esplicite, che erano state fatte per indurci ad accettare la loro proposta dall’assessore Birindelli”. La stessa settimana vengono comunicati i nominativi di altre due aziende, da far subentrare all’altra. Un “caso assolutamente eccezionale e anomalo – riferisce ancora la manager al pm -. Nella mia lunga esperienza organizzativa non mi è mai capitato di interloquire direttamente con un assessore regionale e di ricevere dallo stesso specifiche pressioni”. L’ex direttore dell’assessorato agricolo Roberto Ottaviani, anche lui indagato, la mette addirittura sul piano personale: “ne andava del suo posto di lavoro”, avrebbe raccontato ai vertici di Verona Fiere.

Il resto lo avrebbe fatto l’assessora che arriva a lanciare l’ultimatum. “Tu je dici che si fa in quel modo, oppure l’assessore ha detto che il Vinitaly non lo fa, i sòrdi non ve li damo più”, ordina a Ottaviani per telefono.

A quell'”assedio” di richieste, il direttore dell’Ente autonomo non cede. Prende una posizione netta: “Di fronte a questo atteggiamento, che reputavo oltremodo sconveniente ed inaccettabile, divenni irremovibile sulla mia decisione di non accettare la proposta relativa alle due cennate ditte… Ritenendo colma la misura delle pressioni, mi sono indotto a chiamare la presidente Polverini”.


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