– “Con Roberto Mancini avevamo solo rapporti di lavoro”.
A parlare è Domenico Chiavarino. L’imprenditore di Celleno, a giudizio per corruzione, racconta in aula come ha conosciuto il sindaco di Civitella d’Agliano, coimputato nel processo per le presunte cave abusive “mascherate” da bonifiche agrarie. Fatti avvenuti a Civitella, in località Ontaneto tra il 2006 e il 2008. Un’indagine interamente condotta dal Nipaf (Nuclei investigativi provinciali di polizia ambientale e forestale) e conosciuta come “Miniera d’oro”.
Dopo tre anni e mezzo, il processo è alle battute finali. Mancavano solo le dichiarazioni spontanee di Chiavarino che, ieri mattina, ha parlato per pochi minuti davanti ai giudici.
“Con Mancini – spiega – ci siamo conosciuti durante i lavori per l’area di servizio Tevere Est, sull’autostrada. Mi ha chiesto di fare dei lavori di bonifica su alcuni terreni. La mia azienda ha incaricato lui come geometra per stendere i progetti. Che li abbia firmati un suo collaboratore, non mi sembra importante”. In realtà, per l’accusa, lo è: per quell’ingegner Di Paolo, firmatario dei documenti che davano l’ok agli scavi di Chiavarino, i pm avevano chiesto, a suo tempo, la trasmissione degli atti in procura. Ma l’imprenditore continua: “La forestale sostiene che quelle fossero cave, e non bonifiche, in base alla profondità degli scavi. Ma non c’è alcuna normativa sulla profondità. Tant’è che il Nipaf ha elevato i verbali e li ha sospesi”.
Dalla loro, Chiavarino e Mancini avevano un ispettore della forestale, oggi imputato per abuso d’ufficio, proprio per quei consigli di troppo , l’ingegner Di Paolo e un altro ingegnere dell’ufficio tecnico del comune di Civitella. “Dicevano che era tutto regolare. Mancini ha fatto un lavoro per me e io l’ho pagato. Quale tangente? Dove sta la corruzione? Lavoro da quando avevo 14 anni e ora mi trovo in una situazione assurda…”.
Dichiarazioni sudate, quelle di Chiavarino. L’imprenditore ha tentennato fino all’ultimo, prima di accomodarsi davanti ai giudici. Un invito alla brevità del presidente Maurizio Pacioni lo ha indispettito al punto da fargli girare i tacchi e tornare al suo posto. Ma alla fine ha parlato.
Il suo avvocato Franco Moretti aveva avanzato una serie di questioni sulla composizione del collegio, tutte respinte. Le ha riproposte subito dopo al processo “Dazio”, su una presunta mazzetta per sveltire una pratica. Imputati: lo stesso Chiavarino, il figlio Dario e il funzionario regionale Giuseppe De Paolis. Ma anche qui, la difesa ha trovato il muro dei giudici.
Processi rinviati a novembre e dicembre. “Dazio” per continuare ad ascoltare i testimoni. “Miniera d’oro” per la requisitoria dei pm e le arringhe degli avvocati.

