Riceviamo e pubblichiamo -Nei primi sei mesi del 2013 sono stati compiuti 81 femminicidi, di cui il 75% in contesto familiare.
Tra il 2000 e il 2012 le donne uccise sono state 2200, cioè 1 ogni 2 giorni (Rapporto EURES-ANSA).
Ogni giorno 1 donna ogni 12 secondi viene colpita da atti di violenza di genere (fisica, verbale o psicologica (Rapporto EURES-ANSA).
Il femminicidio è trasversale, e non risparmia i contesti economicamente e socialmente avanzati: il 49,9% si verifica nel Nord Italia.
Il governo Letta ha varato in agosto un decreto legge che inasprisce le pene per i reati di violenza: ma un decreto emergenziale non può risolvere un problema strutturale della società.
Alla base di questa violenza infatti c’è la cultura patriarcale improntata su un senso malato del possesso: le donne sono considerate oggetti di proprietà a cui non è riconosciuta la libertà di scegliere, di vivere, di amare, o di non amare più (“il 47,2% degli omicidi di ex partner si verifica nei primi tre mesi successivi all’abbandono”).
Anche i media dovrebbero usare parole diverse per raccontare le uccisioni di donne da parte dei loro partner: espressioni come “sconvolto dal dolore”, “colto da un raptus”, “ha perso la testa” sono fuorvianti, perché minimizzano azioni delittuose quasi sempre premeditate e precedute da minacce e percosse, occultando le vere cause di questi delitti: fragilità emotiva, confusione tra amore e possesso, malinteso senso dell’onore, incapacità di far fronte alle frustrazioni.
Sono motivi che appartengono tutti alla sfera culturale: è quindi importante intervenire sull’educazione e sui modelli di comportamento che si assorbono dalla famiglia, dalla scuola e dalla televisione: si tratta cioè di una priorità culturale prima che giudiziaria, poiché è l’indulgenza o la disapprovazione sociale, la complicità o il disprezzo che possono fare la differenza in questa storia terribile, che ci riguarda tutti da vicino.
Circolo Sel “Vittorio Arrigoni”
Soriano nel Cimino
