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“C’ho passato una vita in quella gelateria…”

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Pietro Chiodo

Pietro Chiodo

Il negozio di Chiodo negli anni '60

Il negozio di Chiodo negli anni ’60

Il negozio di Chiodo negli anni '60

Il negozio di Chiodo negli anni ’60

Il negozio di Chiodo negli anni '60

Il negozio di Chiodo negli anni ’60

Pietro Chiodo in occasione dei suoi 100 anni

Pietro Chiodo in occasione dei suoi 100 anni

Pietro Chiodo

Pietro Chiodo

Otto il cane della famiglia Chiodo

Otto il cane della famiglia Chiodo

Pietro Chiodo

Pietro Chiodo

Pietro Chiodo

Pietro Chiodo

Il bar gelateria Chiodo oggi

Il bar gelateria Chiodo oggi

– A Viterbo dici gelato e pensi Chiodo (gallery).

Per i viterbesi è un’istituzione che per oltre sessanta anni ha dispensato e continua dispensare dolcezza con la panna gelata e  il cioccolato. Solo dopo sono arrivati la nocciola, i cremini, i maritozzi con la panna e il croccantino al ruhm.

Il 27 ottobre, domenica, Pietro Chiodo compie 106 anni. Più di un secolo di vita grazie forse al latte usato nei suoi prodotti. Ai formaggi. O semplicemente al movimento e alle lunghe passeggiate che dice di aver fatto per tutta la sua giovinezza. E che ha fatto fino a qualche anno fa.

Sulle guide commerciali di fine anni ’50 comparivano i fratelli Chiodi, venditori di latte e formaggi. Non c’è traccia invece di un Chiodo gelataio. L’errore però non c’è. L’artigiano, infatti, nasce come Pietro Chiodi. E’ stato poi uno scherzo del destino a trasformare il cognome e a renderlo un marchio di fabbrica. “Poco prima di diplomarmi – racconta una delle figlie del gelataio – si sono accorti che alcuni miei documenti non erano uniformi. Alcuni avevano il cognome Chiodi, che è il nostro originale, e in altri c’era Chiodo. Alla fine, non so bene il perché, abbiamo scelto quest’ultimo”.

Chiodo ha tre figli, due femmine e un maschio, ma anche tre nipoti e sei pronipoti, di cui l’ultima nata a gennaio. Tre generazioni che si susseguono e portano avanti la preparazione del gelato nello storico negozio di via Roma, nonostante lui abbia ormai “appeso il gelato al chiodo”. 

L’artigiano abita in campagna. Due occhi dolci e vispi dietro alle lenti. Fisico asciutto. Elegante nel suo maglione blu scuro osserva in giardino il cane Otto, uno schnauzer sale e pepe, che scodinzola e gli fa compagnia. Per niente infastidito dalla telecamera di Tusciaweb ricorda non senza un po’ di legittima fatica alcuni momenti della sua vita arrivata alla soglia dei 106 anni (video).

Cosa si prova ad avere questa età? “Niente – dice sbrigativo -. Non ci provo niente. Però mi sento bene, mangio tutto e cammino tanto”.

Prima di aprire la gelateria in via Roma, Chiodo ha fatto una lunga gavetta nel negozio di Giuseppe Ripa in via Saffi vicino alla ex biblioteca provinciale. Di Ripa, morto a 105 anni, era anche socio. “Insieme vendevano latte e formaggi – racconta una delle figlie -. Poi mio padre ha deciso di staccarsi per avviare l’attività con il fratello Arduino”.

La longevità è una caratteristica di famiglia. “Mio zio è morto nel 2005 all’età di 91 anni. Spesso ci chiediamo se sia stato il latte o i formaggi che mangiavano a farli arrivare a queste età. O forse semplicemente il movimento, come dice mio padre. Fino a quasi cento anni non ha mai smesso di andare a Viterbo a piedi. E a chi gli offriva un passaggio, lui diceva di no. Ora, va due volte al giorno in cyclette”.

Una vita dedicata all’attività fisica, ma soprattutto al gelato. “La mia passione per il gelato nasce a casaccio”, dice scherzoso Pietro. Solo dopo è diventata un’attività commerciale. “Chi se lo ricorda quando, però. Ero fijarello”, afferma sorridendo con un’inconfondibile calata viterbese.

Chiodo non ha mai smesso di lavorare. “Si alzava alle 4 di mattina per andare al negozio – raccontano le figlie -. Voleva che tutto fosse pronto per l’orario di apertura”.

All’inizio erano in due a portare avanti l’attività, Pietro e Arduino. Poi il negozio si è ingrandito. “A un certo punto – dice una delle figlie di Chiodo – prestavano servizio tre aiutanti e due cassiere. Si lavorava tanto, specie la domenica. La gente faceva la fila fuori dalla vetrina”.

Negli anni ’70, un malore ha interrotto la sua attività che adesso è gestita dai nipoti Daniela e Mario. Nulla è cambiato. Stessi gusti e sempre a via Roma. Solo un po’ spostata l’entrata. “Papà – spiega sempre una delle figlie – ha avuto un problema di salute che l’ha costretto a smettere. Dopo nemmeno un anno, siamo venuti a vivere in campagna. Da quel momento, tutte le mattine si svegliava per andare a Viterbo a piedi. Ma davanti al negozio non c’è più passato. Se ci pensa dice solo che lui lì dentro ci ha passato una vita”.

Giorni e notti a preparare la ricetta che ha reso il suo gelato così buono. Sugli ingredienti, però, resta il segreto. “C’avevo la macchina che lo faceva… – dice vago senza svelare la sua formula magica -. Io ci mettevo il liquido e poi veniva fuori. Facevo tutto a occhio “.

Panna gelata, cioccolato e poi la nocciola. Pochi gusti, ma buoni, è stata ed è la filosofia di Chiodo. Una controtendenza rispetto all’esplosione di sapori di oggi. “Che vòi pensa’ di tutti questi gusti – dice Chiodo scuotendo la testa quasi con disapprovazione – che i tempi mii sono finiti. Ed erano bei tempi, forse mejo de adesso”.

In più di un secolo di vita, Chiodo ne ha passate tante. “E’ tutto passato, so’ finiti quei bei tempi – dice nostalgico -. Erano bei tempi, ero giovane e camminavo sempre dalla mattina alla sera per andare a Viterbo. Annavo a Bagnaia a piedi o a Vitorchiano. A Vetralla. Ne ho fatte di camminate”.

Tanti i ricordi che si succedono nella mente. “La mia soddisfazione più grande è che ho lavorato tanto. E’ l’unica cosa che ho. Del mio lavoro mi manca tutto. Adesso ci tornerei pure a fare il gelato, ma le gambe non mi reggono tanto. Magari potessi farlo di nuovo”.

Domenica 27 ottobre Chiodo compie 106 anni. “Eh niente, era meglio che non arrivassero 106 anni. Ci sono arrivato forse per il movimento e perché non sono mai stato fermo“.

Viterbo e i viterbesi restano nel suo cuore. “Gli voglio bene – dice commosso -. Mi hanno sostenuto e non mi hanno fatto mancare niente. Però anche io gli ho dato tanto. Adesso sono ridotto così. Sto bene, ma sono un vecchio rincojonito. Sono un vecchio rincojoinito – dice celiando -. Io però ce la metto tutta”.

Paola Pierdomenico


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