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Viterbo – La chiesa di San Giovanni in zoccoli risorge (fotocronaca).
Dopo sei anni di lavori, la basilica di via Mazzini ha finalmente riaperto le sue porte.
Ieri pomeriggio la prima messa, celebrata dal vescovo di Viterbo Lino Fumagalli e animata dall’unione musicale viterbese “A. Ceccarini”. Un luogo di culto finalmente restituito ai fedeli, dopo tanto tempo.
Cinque minuti di black out, che hanno spento le luci. Ma dopo poco, monsignor Fumagalli ha potuto prendere la parola.
“Sono meravigliato dalla linearità e dalla bellezza di questa chiesa in cui non ero mai entrato – ha detto il vescovo -. Sicuramente, è una delle più belle della città”.
La chiesa, un tempo, si chiamava San Giovanni in Ciocola. Il vescovo ne ripercorre la storia. “E’ qui che venivano distribuite ciotole di minestra ai poveri. Un esempio che dovremmo tenere a mente: non possiamo non condividere le nostre sostanze con i più poveri. Anche noi possiamo dare una ciotola a chi ha bisogno. La stessa Santa Rosa, povera, donava tutto quello che aveva. In questo luogo possiamo percepire il bisogno umano della condivisione”.
Subito dopo, il vescovo ha salutato le autorità. Dopodiché, l’architetto Antonio Lisoni ha illustrato tutto l’intervento da lui progettato e diretto.
“Le prime notizie dell’esistenza della chiesa ci giungono da una pergamena dell’823 – ha spiegato l’architetto -. Il restauro è costato 425mila euro”. Un restyling completo, quello che ha interessato la chiesa, che ha potuto mostrarsi in tutto il suo splendore.
In sei anni, come spiegato dall’architetto Lisoni, sono stati rimessi a nuovo tetti e pavimenti della chiesa, con i nuovi mattoni in cotto. Risistemato l’impianto di illuminazione e ripuliti esterni e interni. I lavori hanno offerto anche un’importante occasione di scoperta: durante i sei anni di restauro, sono state rinvenute sepolture risalenti all’840-850 dopo Cristo.
Soddisfatto il sindaco Michelini, presente alla cerimonia. “Ben venga il recupero delle realtà storiche della nostra città. Sono fiero di questo intervento, che dimostra come la Viterbo, anche con pochi soldi in cassa, sia attaccata alle sue origini. Dalla passione può nascere una nuova Viterbo”.





