– Nella corsa con Alessio Trani alla segreteria provinciale, Andrea Egidi è quello dato per favorito, forte di un’ampia fetta del Pd a sostenerlo, comprese due figure, magari anche un po’ ingombranti come Fioroni e Sposetti. Ma guai a dirglielo: “Non c’è nulla di scontato, i congressi si fanno per scegliere”.
Liquida Trani, che lo accusa di non rappresentare il cambiamento con un aggettivo: “Patetico” e del suo diretto rivale si dispiace di non avere un’idea precisa: “Perché non vedo ancora una proposta politica”.
Tre anni fa si candidava alla segreteria provinciale Pd, oggi di nuovo candidato. Un bis più facile o più complicato?
“Oggi è più semplice. A differenza di allora abbiamo costruito le condizioni per una proposta di candidatura largamente condivisa. Tre anni fa non riuscimmo a farlo, anche per responsabilità del sottoscritto.
Non riuscimmo a costruire un’operazione largamente unitaria e fu un momento difficilissimo, di divisione netta, poi nel corso del tempo, con la politica e il buonsenso abbiamo sanato quella frattura. La vera differenza è questa: possiamo fare un congresso non di rottura, non contro qualcuno, ma per il partito democratico. Negli ultimi due anni abbiamo costruito una segreteria unitaria e anche in base ai risultati raggiunti mi è stato chiesto di ripresentarmi”.
Qual è lo stato di salute del Pd? In queste ore la Piazza democratica costruita attorno ai renziani appare in difficoltà.
“E’ innanzitutto la conferma che nessuno di noi ha l’esclusiva sull’innovazione. Ognuno di noi vive il congresso con elementi di novità e la voglia di cambiare e al tempo stesso ognuno di noi vive questo passaggio con i limiti di un partito che conosciamo”.
Per la segreteria provinciale se la dovrà vedere con Alessio Trani, zona Renzi – Piazza democratica. Di lei ha detto che non rappresenta il cambiamento. Come risponde?
“E’ patetico, basta. Si tratta di un ritornello che non ascolta più nessuno ed è forse la conferma del fatto che non sa cosa dire sul congresso Pd”.
Lei per Trani non è il cambiamento, cos’è invece per lei Trani, come vede la sua candidatura?
“Vedo una brava persona, motivata, determinata, non vedo ancora una proposta politica complessiva sul partito, quindi è complicato per me dare un giudizio, non fosse altro perché non c’è stata nemmeno occasione di confrontarci pubblicamente.
L’abbiamo chiesto più volte, perché non è giusto di fronte a un congresso di cui dicono tutti che sia scontato nel suo esito, quando di scontato non c’è nulla perché i congressi si fanno appositamente per scegliere, non dare l’idea che tutto fosse già scritto da qualche parte e offrire ad Alessio una visibilità maggiore, visto che come lui stesso ha detto, è iscritto al Pd da poco più di un anno”.
Non sarebbe stato opportuno che si dimettesse da segretario prima di ricandidarsi, come più di uno le ha chiesto nel Pd?
“E’ lo stesso processo congressuale a metterci tutti sullo stesso piano. Non mi sembra un tema di discussione. Con l’apertura delle procedure congressuali ciascuno è sospeso dalle funzioni attuali, mi sembra una polemica strumentale, faziosa e inutile, tanto che nessuno l’ha raccolta”.
Per la segreteria comunale, la scelta dei renziani è stata travagliata, fino ad arrivare al ritiro di Cutigni.
“Mi rammarico verso quell’area, per non avere voluto ragionare e non avere accolto la sfida di un congresso unitario attorno alla candidatura di Stefano Calcagnini”.
I renziani recriminano di non avere avuto voce in capitolo nella scelta. Per la serie, c’è Calcagnini, condividetelo se vi pare.
“Questo non lo so, se lo dicono loro… penso che ci fossero tutte le condizioni per una valutazione largamente condivisa. Io stesso nelle ore precedenti le loro scelte, ho parlato con alcuni di loro, chiedendo di costruire l’operazione unitaria. Evidentemente non c’era l’interesse”.
Forse perché dentro i renziani, la scelta di una candidatura unica, condivisa, non era condivisa da tutti.
“Questa parte del dibattito a me non interessa. Ripeto, le condizioni c’erano e non sono state colte. Adesso mi auguro che il partito della città di Viterbo possa rispondere alla vera domanda che il congresso pone: quale gruppo dirigente costruire e rafforzare rispetto alla sfida del governo della città”.
Andrea Cutigni si ritira dalla corsa per la segreteria comunale. Gli mancava un requisito, la tessera Pd 2012 e nessuno se n’è accorto. Non c’è più il partito di una volta, con i suoi organismi?
“E’ figlio di una destrutturazione politica che vive il paese e delle difficoltà che anche noi come Pd abbiamo avuto.
Anche dentro di noi c’è stata e c’è ancora in minima parte, l’impostazione culturale e politica per cui tutto sommato il partito serve solo per la campagna elettorale e non come elemento di democrazia. E’ vissuto quasi con fastidio. Una visione del genere finisce per indebolire le strutture organizzative interne”.
Lei ha il sostegno di Fioroni e Sposetti, ma presentandosi, ha marcato una certa distanza dai due parlamentari. Non rappresentano più un valore aggiunto?
“No, io credo che su questo fronte ci sia una parte del dibattito costruito anche dai media che ha un po’ annoiato tutti. Talvolta si dipinge un quadro che non è esattamente quello. Figuriamoci se io pongo problemi su figure di questo tipo con cui ho un rapporto positivo.
Semmai, parlo per me, c’è la volontà di affermare ciò che realmente avviene tutti i giorni nel Pd, ovvero che la direzione politica, il rapporto con il territorio, le scelte sulle amministrazioni, è in capo a un gruppo dirigente nuovo, rinnovato, rispettato da tutti, a partire dalle due figure che ha citato. Loro ci sono, ma con il contributo di nuovi eletti, come Alessandro Mazzoli, Enrico Panunzi, Alessandra Terrosi, il gruppo dirigente sta contribuendo a costruire un partito più strutturato e solido”.
A ogni congresso Pd che si rispetti, cominciano a circolare voci su tesseramenti anomali, pacchetti. Che c’è di vero?
“Credo sia dovuto da chi parte in condizioni diverse sul congresso. Per come si sta sviluppando la vicenda congressuale, con una sostanziale serenità che si è costruita attorno alla mia figura, non vedo particolari movimenti. Poi però mettiamoci d’accordo: non possiamo dire al tempo stesso che non va bene quanto fatto finora perché non ci sono tanti iscritti, poi quando gli iscritti li facciamo per decidere, allora va male. Bisogna sempre essere coerenti.
Mi pare che il tesseramento si stia svolgendo in modo ordinato. Semmai il problema è che nei mesi precedenti non abbiamo tutta la forza e la lucidità per far partire come tutti gli anni una campagna degna di questo nome”.
La sua visione del partito, il Pd come dovrebbe essere?
“Dovrebbe tornare a essere fino in fondo un luogo aperto, dove chi entra dovrebbe essere convinto di contribuire a cambiare le cose.
Capisco che questa può sembrare una frase fatta, ma il dramma vero di questi anni è che ci siamo inariditi, non siamo stati nelle condizioni di costruire un sogno, un’emozione o un segno di fiducia, a partire da chi sta peggio e delle nuove generazioni. I racconti di chi militava anni fa in Pci, Dc, Partito socialista, parlano di persone convinte di poter cambiare le cose, per questo aderivano, convinti nel sistema di valori e ideali.
Noi questa funzione l’abbiamo persa. Se a un ventenne che si avvicina tu non offri questa visione, non ha senso. Noi dovremmo tornare a essere questo, partendo dalla costruzione reale del partito sul territorio”.
Giuseppe Ferlicca
