Gradoli – “Basta con i condizionali: Paolo ha ucciso Tatiana ed Elena”.
Con la sentenza della Corte di Cassazione arrivata nella tarda mattinata di ieri, intorno alle 12,45, cala il sipario sul giallo di Gradoli.
Una vicenda piena di sfaccettature che ha impegnato per più di quattro anni le aule di tribunale e le pagine dei giornali, sia locali che nazionali, partita dalla scomparsa il 30 maggio del 2009 di Tatiana Ceoban e della figlia 13enne Elena.
Dopo la prima sentenza della Corte d’Assise che condannò il 13 maggio 2011 i due cognati-amanti Paolo Esposito, marito di Tatiana, e sua sorella Ala al carcere a vita, ne arrivò una seconda, quella della Corte d’appello, che confermò l’ergastolo all’elettricista di Gradoli e abbassò a soli otto anni di reclusione la pena della giovane moldava.
Ieri, infine, la Cassazione ha rigettato la richiesta di annullamento della sentenza d’appello che era stata richiesta dagli avvocati di Esposito e anche quello della procura generale che contestava l’annullamento dell’aggravante della premeditazione, riconosciuta dalla Corte d’assise di primo grado.
Restano dunque l’ergastolo per Esposito e gli otto anni per Ala.
“E’ arrivato il momento – commentano gli avvocati di parte civile Luigi Sini e Claudia Polacchi – di smettere di usare i condizionali. Non ci sono più riserve né dubbi. Paolo Esposito ha ucciso sua moglie Tatiana e la figlia di lei, Elena”.
Una sentenza, quella della Cassazione, che ora è del tutto definitiva, essendo l’ultima del terzo grado di giudizio. La decisione non potrà essere impugnata in alcun modo.
Insomma, il destino di Paolo Esposito e di Ala Ceoban è ormai segnato: lui dovrà trascorrere il resto dei suoi giorni in carcere a Mammagialla, di cui sei mesi in isolamento; per lei basteranno invece otto anni, di cui quattro e mezzo già scontati, con la possibilità di alcune riduzioni per buona condotta.
“Rimarrà comunque sempre una bruttissima storia – continua l’avvocato Sini – ma da oggi in poi non ho più intenzione di tollerare alcun alone di dubbio su come sono andate le cose. La sentenza deve essere rispettata, se non altro per rispettare almeno il ricordo delle vittime, Tatiana ed Elena”.
Un rispetto nei confronti della sentenza della Cassazione, che non manca da parte dei legali di Paolo Esposito, Enrico Valentini e Mario Rosati, anche se, come è ovvio che sia, i commenti sono di tutt’altro tenore.
“Rispetto la decisione – dice l’avvocato Enrico Valentini – ma io resto della mia idea. Secondo me rimane un giallo che non si è risolto nella pratica, ma soltanto nel suo iter giudiziario. I corpi delle vittime non ci sono e, almeno per me, molte cose restano racchiuse in un enorme dubbio”.
Il primo pensiero per l’avvocato Valentini, all’uscita dal tribunale di Roma, è stato per Paolo Esposito. Subito dopo la sentenza, alla quale né lui né Ala Ceoban hanno assistito poiché gli imputati non sono mai presenti nelle udienze della Cassazione, i legali dell’elettricista di Gradoli lo hanno subito raggiunto in carcere per parlargli.
“Paolo – racconta ancora Valentini – è incredulo. Continua a chiedersi come è possibile che nessuno ha capito la sua innocenza. Lui ha sempre detto che non c’entra niente e che non ha mai ucciso nessuno. Ma ormai, a meno che non spuntino eclatanti novità che possano far riaprire le indagini, non ci sono più passi da fare né strade da prendere per evitargli l’ergastolo”.
Ciò che non convince l’avvocato Valentini è, in particolare, il fatto che confermando la sentenza d’appello, la Cassazione ha dato ragione ai giudici romani che ricostruirono l’omicidio come un delitto d’impeto e non come un assassinio premeditato.
“Se non è stato premeditato – conclude Valentini – non hanno più valore nemmeno tutte le testimonianze che parlavano di un odio covato da tempo o il diario in cui Tatiana si sfogava e diceva di avere paura o, ancora, gli sms sospetti che si sarebbero scambiati Paolo e Ala. Sinceramente mi sembra un po’ assurdo, allora, che Paolo per uno scatto d’ira abbia ucciso Elena e poi, chissà perché a questo punto, anche Tatiana”.
Quanto ad Ala Ceoban, la 28enne moldava ha di fronte a sé una libertà non troppo lontana. Dopo aver già trascorso quattro anni e mezzo nel carcere femminile di Civitavecchia, ora potrebbe contare su alcune riduzioni di pena e, molto probabilmente, su alcuni permessi di uscita o su un’alleggerimento della detenzione dal penitenziario ai domiciliari.
Soddisfatto, ma senza toni di vittoria, l’avvocato della ragazza Pierfrancesco Bruno.
“Ala aveva espressamente chiesto di non impugnare la sentenza di appello – spiega il legale – e quindi questa decisione va più che bene. Non mi sento, però, di aver vinto nulla. Intanto perché in una vicenda del genere non c’è nessuno che vince e nessuno che perde. E poi perché io rimango fermo su quanto continua a dire Ala, ovvero che lei non ha fatto proprio nulla”.
La Cassazione ora dovrà depositare le motivazioni della sentenza che ha pronunciato. Non ci sono termini perentori, ma il documento dovrebbe essere pronto orientativamente entro un paio di mesi.
Francesca Buzzi




