Viterbo – “Mi sento un condannato a morte, vegeto nella mia cella. Sono un morto vivente”. Luciano ha 26 anni, deve scontare trent’anni per omicidio.
Rinchiuso nel carcere di Mammagialla, un anno fa gli è stato diagnosticato un tumore maligno con metastasi.
La sua condizione, hanno certificato i medici, non è compatibile con il regime detentivo, ma il giudice gli ha negato per due volte i domiciliari.
Luciano, che si trova nella sezione di alta sicurezza, ha raccontato la sua storia in una lettera letta durante una trasmissione che si occupa della situazione carceraria, in onda su Radio Radicale.
“Nel novembre 2012 – scrive Luciano a Radio Carcere – mi è stato diagnosticato un tumore maligno con diverse metastasi. Dopo accertamenti, la direzione sanitaria del carcere di Viterbo ha certificato la mia incompatibilità con il regime detentivo e io ho fatto istanza al magistrato di sorveglianza per ottenere la detenzione domiciliare, per evitare di morire qui dentro.
Invece il magistrato ha rigettato la mia istanza e io ho dovuto fare i salti mortali per essere curato qui dentro”. Luciano racconta d’essere stato sottoposto a dodici cicli di chemioterapia e a ventidue cicli di radioterapia. “Purtroppo non sono servite a molto, il tumore è rimasto lì”.
In compenso ha dovuto fare i conti con gli effetti di una terapia devastante. “Non è possibile immaginare come mi sentivo: senza capelli, il viso gonfio, poter dormire solo due ore per notte da seduto, continua nausea, difficoltà respiratorie.
La direzione sanitaria del carcere ha fatto un’altra relazione dicendo di nuovo che ero incompatibile con il carcere, perché vi era un’impossibilità di gestire la mia malattia.
Però il magistrato di sorveglianza ha rigettato di nuovo la richiesta per i domiciliari, sostenendo che non c’è un concreto pericolo di morte”.
Rimane in carcere: “Oggi io, malato di tumore, mi trovo ancora qui, chiuso in una cella e non passa giorno in cui i medici del carcere mi dicano che non possono fare più nulla.
Mi sento un condannato a morte, le mie difese immunitarie non ci sono più e ho il terrore anche di prendermi una semplice influenza.
Vegeto in una cella, aiutato da un compagno di detenzione.
Sono un morto vivente”.
