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“Provenzano accennò a mio padre di un giovane medico…”

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Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino

Viterbo – “Provenzano accennò a mio padre di un giovane medico”.

Quel medico poteva essere Attilio Manca, l’urologo siciliano trovato morto nove anni fa nella sua casa a Viterbo.

Lo lascia a intendere Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, sindaco di Palermo negli anni Settanta e condannato per associazione mafiosa e corruzione. Intervistato da Daniele Camilli, per Radiocoop76, Ciancimino parla del caso Manca e delle ombre sulla morte del medico 35enne, in servizio a Belcolle. 

“Sia mio padre che Provenzano avevano un cancro alla prostata – racconta il testimone di giustizia -. Mi ricordo come mio padre si era consultato con Provenzano e Provenzano aveva fatto lo stesso con mio padre. Gli aveva accennato qualcosa di qualche giovane medico… ma il mio lavoro con mio padre per sondare certi argomenti all’inizio era fatto per uno pseudo-spunto medico letterario. Tutto quello di cui non ho avuto conoscenza diretta non ho potuto approfondirlo, ma sicuramente c’è un aspetto inquietante. Manca era un bravo urologo. Provenzano cercava anche a Roma un bravo urologo”.

Dichiarazioni che, da un lato, sembrano andare nella stessa direzione in cui, da anni, spingono i familiari di Attilio Manca: non la pista della droga, tantomeno l’ipotesi suicidio. Per la madre Angela, il fratello Gianluca e il padre Gino, Attilio è stato ucciso perché testimone scomodo, dopo aver operato il capo dei capi nel suo rifugio segreto. Potrebbe averlo visitato anche nel suo rifugio segreto. Forse nel Viterbese. Ma Ciancimino non se la sente di confermare né smentire. 

Sa per certo che Provenzano è stato a Roma dal ’99 al 2002. “Veniva a trovare mio padre quando era agli arresti domiciliari”, spiega Ciancimino che aggiunge di non avere “certezza di periodi di latitanza di Provenzano tra Roma e Perugia. Le tre o quattro volte che l’ho visto a Roma era molto impacciato e molto premuroso di rientrare nel suo habitat”.

L’operazione al “capo dei capi” sarebbe avvenuta nel 2003. Proprio in coincidenza con un viaggio dell’urologo a Marsiglia, nell’autunno dello stesso anno. Quattro mesi dopo, il 12 febbraio 2004, Manca viene trovato senza vita nella sua casa a Viterbo. Sul braccio sinistro i segni di due iniezioni letali. Ma Attilio è mancino. Possibile che abbia fatto tutto da solo? E perché sulle siringhe non ci sono impronte? Per la procura sono domande irrilevanti. Manca è un chirurgo in grado di usare entrambe le mani e le impronte sulle siringhe, a otto anni dalla morte, non sono più rilevabili.

Dei dieci indagati iniziali, ne rimane solo una: Monica Mileti, ritenuta la pusher che gli avrebbe ceduto la dose mortale di eroina. Per lei si aprirà l’udienza preliminare a gennaio. Ma la famiglia Manca continua a insistere sulla pista Provenzano. 

Sul ruolo del boss nella tragica fine dell’urologo, Ciancimino non prende una posizione netta. Ma ha una sua idea sulla latitanza dorata del capo dei capi: “Non si vuole parlare di questo caso non per una responsabilità specifica degli inquirenti – dichiara -. La verità è che non si deve parlare di tutto ciò che ruota intorno alla latitanza di Bernardo Provenzano. C’è un diktat che parte dalla Direzione nazionale antimafia, dalle istituzioni, dai servizi. Tanti sono i misteri intorno a una figura come quella di Provenzano, che ha potuto muoversi per l’Italia, con garanzie e protezioni concordate all’epoca della trattativa Stato-mafia. Tutta la vicenda è avvolta da una fitta nebbia, voluta e pompata dagli apparati istituzionali”.


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