Viterbo – Matteo Renzi è uno che quando va a correre la mattina ascolta con l’Ipod i discorsi di Barack Obama. Basterebbe questo a descrivere l’enorme differenza fra il tipo di sinistra che da oggi emerge come classe dirigente in questo paese. Immaginiamocelo per un attimo, un sindaco di 38 anni che va a correre all’alba. Un tipo mattiniero, non a caso la prima riunione della nuova segreteria del Pd si terrà alle 7.30. Di mattina.
Al di là della dimestichezza con l’Ipad, serve anche una discreta conoscenza dell’inglese. E una sconfinata passione per la politica se anche un momento di relax viene accompagnato dalle parole di Obama.
Al contrario, Gianni Cuperlo ha dato di sè l’immagine di un intellettuale. Ed intellettuale lo è davvero, al punto che vanta nel suo curriculum un libro scritto con Massimo D’Alema. Correva l’anno 1997, il titolo era “La grande occasione, l’Italia verso le riforme”.
Ora, la differenza è lampante. Non che Renzi non scriva libri, anzi. E hanno avuto tutti successo nelle librerie. Ma le ragioni della sconfitta di Cuperlo sono in quel titolo e in quelle due parole: occasione e riforme. Riforme non fatte, occasione mancata. Se quel titolo all’epoca era una manifesto politico, oggi si può dire che è rimasto solo su carta. Non che tutto quello che ci sia stato nel frattempo sia stato sbagliato, ma il saldo è negativo.
In una azienda, se un manager porta un saldo negativo, si provvede a sceglierne uno più bravo. Altrove, la sinistra ha avuto il coraggio di fare riforme strutturali, nel settore del lavoro, del welfare: basta pensare alla Germania, dove 10 anni fa Gerard Schroeder ha dato il via a riforme che lo hanno sì, nel breve periodo, condannato a perdere le elezioni, ma che fanno della Germania oggi il paese guida dell’Europa.
La sinistra italiana si risveglia, guidata per la prima volta da under 40, per la prima volta da un uomo non proveniente dalla filiera Pci-Pds-Ds, l’8 dicembre come spartiacque fra la fine di una vecchia idea di sinistra e il futuro.
Cosa hanno voluto lasciarsi alle spalle i quasi 3 milioni di italiani che a dispetto della sfiducia nella politica hanno deciso di mettersi in fila ed andare a votare? Hanno voluto lasciarsi alle spalle la vecchia sinistra. La sinistra che parla e scrive (dal 97!) di riforme ma poi non le fa. La sinistra fino a ieri incapace di riformare se stessa. Una sinistra fossilizzata nella lettura che dà della società, così lontana e distante dalla realtà da sembrare a volte di voler addirittura rovesciare l’approccio, come se anziché capire gli aspetti complessi di quella che il sociologo polacco Baumann definisce società liquida, si volesse tentare di imbrigliare la società negli schemi rigidi del secolo scorso, perché la classe dirigente è incapace di aggiornarsi e capire i tempi che cambiano.
Come dire, continuo a giocare a briscola anche se tutto il paese, tutto il mondo usa le carte da poker, o se si preferisce, continuo ad ascoltare 33 giri, anche se il mondo usa l’Ipod.
La novità portata da Renzi, la cesura con il passato che rappresenta, è ben raffigurata da come all’estero il neosegretario del Pd venga percepito: il Blair italiano (La Tribune) come il tanto atteso cambiameno del centrosinistra italiano (El Mundo), come la fine del potere grigio (The Guardian). Mai di nessun leader così giovane si era parlato in questi termini, c’è un aspettativa anche internazionale intorno a Matteo Renzi che dovrebbe inorgoglire anche chi ieri non lo ha votato e chi è lontano dal Pd.
Molte parole vengono usate in questi giorni per definire la generazioni di Renzi, quella degli smartphone, di Facebook, Twitter, dell’Erasmus. E c’è qualcosa di incredibilmente romantico nel fatto che mentre veniva eletto Renzi, a Kiev i manifestanti pro Unione Europea abbattevano una statua di Lenin. E con molta ironia questa coincidenza è stata commentata sui social network.
Personalmente credo che molto per noi ha significato esssere la generazione dei voli low cost. Quei low cost che hanno permesso a tantissimi di visitare tutta Europa. E da questi viaggi, si torna sempre con un grande sentimento di “rosicamento” per le cose che si vedono all’estero e qui in Italia non facciamo, per le innovazioni sociali, urbane, culturali che animano l’Europa e qui sembrano non poter arrivare mai, per quel mistero assoluto che fa dell’Italia il paese con il peggiore rapporto fra tasse pagate dai cittadini e servizi erogati.
Personalmente poi, sono sempre rimasto colpito visitando l’Europa centrorientale.
Avendo avuto la fortuna di incontrare tante storie, tante vite, avendo conosciuto tanto di quei paesi, mi sono sempre chiesto come fosse stato possibile per una certa sinistra italiana ignorare quello che in quei paesi è successo nel secondo dopoguerra, come stato possibile definirsi comunisti qui in Italia mentre il comunismo realizzato a Berlino, Praga, Varsavia, Budapest, Riga opprimeva milioni di persone.
Quella stessa sinistra che ha sempre avuto un debole per John Kennedy ma di cui ha ignorato sempre uno dei discorsi più belli e profondi, quello fatto di fronte al Muro, a Berlino, nell’estate del 1963, quando -appunto- spiegava come fosse un enorme contraddizione che molti nell’emisfero libero occidentale avessero una visione ideologicamente distorta di quello che succedeva nel mondo e che non si poteva essere portatori del valore di libertà e di progresso economico ed essere comunisti.
Non c’è nulla di queste dinamiche, dei retaggi di quella ideologia, nella leadership renziana. Ed è forse proprio per questo che è stato percepito da parte di alcuni dirigenti del Pd come un elemento esterno.
Non a caso scegliendo Cuperlo come candidato, la vecchia classe dirigente della sinistra ha scelto l’ultimo segretario della federazione dei giovani comunisti. Ma c’è sempre stato ovunque in Europa e nel mondo uno spazio per chi è progressista, liberale e riformista ma non ha mai avuto rapporti ambigui con una certa ideologia. Ovunque tranne che forse in Italia. Almeno fino a domenica scorsa. E quanto più in Renzi si manifesta questa distanza da quel mondo ormai consegnato alla storia, distanza che spaventa e suscita perplessità in D’Alema e i tanti dalemini più o meno ex figicciotti, tanto più ha successo nel Paese, fra i cittadini. Questa è il dato che si evince dalle primarie Pd, laddove la distanza fra Renzi e Cuperlo è colossale ed ancora più ampia se si passa dal voto degli iscritti al voto popolare.
Con Renzi alla guida del Pd si affaccia una generazione nuova, che, a sinistra, non ha provenienze ideologicamente discutibili nè riforme annunciate e mai fatte, la generazione che in altri partiti è quella degli Alfano, Salvini, Meloni. E del premier Letta. Una generazione nuova non solo nei contenuti, nei modi, nel linguaggio, ma anche nel come ha costruito la propria cultura politica, dopo il crollo del Muro, le rivoluzioni pacifiche dell’89 e senza steccati ideologici. Ed è forse questa la vera grande novità di Matteo Renzi: una nuova cultura politica in grado di far tornare di moda parole come speranza, futuro, concretezza.
Matteo Renzi sembra un leader che non ha paura di apparire per come è, anche a costo magari di sembrare un po’ spaccone, consapevole della responsabilità affidatagli ma anche animato da grande passione, visibilmente felice di essere stato eletto segretario di quello che lui ha definito ‘il partito più grande del paese più bello del mondo’.
Si affaccia un modo nuovo di fare politica. Cosa accadrà ce lo dirà il tempo, le dinamiche fra il nuovo Pd e il governo saranno da verificarsi giorno per giorno, ma nel campo democratico da domenica il volto del leader è un volto che sa anche sorridere, un leader che oltre ai contenuti ha dimostrato anche ironia.
Quel sorriso e quella ironia che sono i primi indizi del mutamento genetico rispetto a chi concentrato nel prendersi troppo sul serio, nella sua torre d’avorio, ha col tempo perso l’allegria che dovrebbe animare chi, come papa Francesco insegna, “si impegna a svolgere l’attività umana più importante, quella del servizio verso gli altri. Che si può fare solo con amore, perché se un governante non ama il suo popolo non sarà un bravo governante”. E l’amore, si sa, passa sempre da un sorriso.
Francesco Ciprini
