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“Glielo avevo detto di non tornare in quella casa…”

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Il tribunale

Il tribunale

Viterbo – “Io glielo avevo detto di non tornare a casa quella sera…”

Aveva avuto un brutto presentimento la proprietaria del ristorante in cui lavorava J. A., il maggiore dei due fratelli che si accoltellarono la notte tra il primo e il due maggio del 2012. Timore che potesse succedere qualcosa di brutto. Paura che il clima, più volte teso all’interno di quella famiglia, degenerasse.

E’ quanto ha raccontato ieri mattina ai giudici del collegio, presieduto da Eugenio Turco (Filippo Nisi e Silvia Mattei a latere), la titolare del locale in riva al lago in cui J.A. lavorava in quel periodo.

J. A., 36 anni, è accusato di tentato omicidio di suo fratello, A. A., di sette anni più piccolo. In quella terribile notte di quasi due anni fa i soccorsi li trovarono entrambi in un lago di sangue. Uno sul pianerottolo del piccolo condominio in cui vivevano a Caprarola e l’altro in casa. Vicino ai corpi feriti e sanguinanti furono trovati due coltelli da cucina: uno con il manico giallo, da carne, e l’altro più piccolo con il manico nero.

“Da quello che ci raccontava J. A. dopo la morte del padre – spiega la ristoratrice – la sua famiglia si era completamente smembrata. Lo trattavano tutti male. Sua madre, suo fratello, tutti. E lui, invece, continuava imperterrito a voler mettere pace per ricomporre i pezzi dei suoi affetti più cari”.

Il 36enne aveva invece un ottimo rapporto con i suoi datori di lavoro che spesso lo ospitavano anche a dormire.

“Io e mio marito gli vogliamo molto bene – continua la donna – e spesso quando ne aveva bisogno restava a dormire in un casottino vicino al ristorante. Ecco perché anche quella sera avevo cercato di insistere perché restasse. Avevo paura, c’erano sempre troppi litigi, ma lui ha insistito. Aveva tentato diverse volte di chiamare la madre senza riuscire a contattarla e quindi voleva a tutti i costi andarci di persona e portarle la cena”.

J. A. alla fine fa di testa sua. Se ne va dal ristorante intorno alle 19,30 con l’intenzione di raggiungere la madre nella casa di Caprarola. Da quel momento i proprietari del ristorante non hanno più sue notizie fino all’alba del giorno dopo quando vengono svegliati dai carabinieri.

“Pensavo fosse morto – racconta la ristoratrice con la voce di nuovo agitata al pensiero di quegli attimi -. Ho avuto tantissima paura. I carabinieri mi hanno mostrato i coltelli insanguinati, ma io non ricordo se li riconobbi o meno. Ero fuori di me e poi sono passati quasi due anni. Io non so cosa sia successo quella notte, so soltanto che lui aveva sempre fatto di tutto per ricucire i rapporti con la sua famiglia e invece è successo quello che è successo. Io glielo avevo detto di non andarci…”.

Il 36enne, accusato di tentato omicidio, dopo un periodo in carcere è ora di nuovo libero, ma con il divieto di non avvicinarsi a Caprarola. Il suo legale, l’avvocato Massimo Rao Camemi, ha presentato ai giudici, dopo la deposizione della proprietaria del ristorante, un’istanza di alleggerimento della misura.

“Sappiamo che i rapporti in famiglia sono ormai molto più distesi – ha spiegato Camemi al collegio – . Per queste ragioni il mio assistito avrebbe la necessità e il piacere di andare a trovare sua madre. Con quell’ordine di non avvicinamento non può farlo”.

I giudici si sono riservati sulla decisione di revoca o meno della misura e hanno aggiornato l’udienza al 25 marzo quando verranno ascoltati altri testimoni e verrà affidato l’incarico a un esperto per effettuare una perizia sulle ferite riportate dai due fratelli in seguito alle coltellate. Alla prossima comparizione in tribunale dovrebbe esserci anche l’altro imputato, il 29enne A.A. difeso da Maria Antonietta Russo, che ieri non era presente perché si trova in Marocco.

Il perito dovrà fare maggiore luce su quanto già emerso nelle udienze precedenti quando alcuni degli infermieri intervenuti subito dopo la lite spiegarono la netta differenza tra le condizioni di salute dei due. Il 36enne, accusato di tentato omicidio, sembrava essere il più grave con una ferita al torace. L’altro, A.A., accusato soltanto di lesioni, aveva invece ferite meno gravi, ma comunque sparse su tutto il corpo.

Francesca Buzzi


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