Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il nostro sistema mediatico tende a trasformare tutto in cronaca, per cui di una questione si parla finché mantiene il carattere di notizia e crea audience.
Così può succedere alla questione del registro delle coppie di fatto, che già dall’agosto scorso è stata sottoposta all’attenzione dell’amministrazione comunale di Viterbo. Noi vogliamo contribuire a che questa rimozione non avvenga e si arrivi al più presto a una decisione in merito accompagnata da un dibattito continuo e serio tra cittadini e amministratori.
Il 16 gennaio la prima commissione consigliare ha ascoltato le associazioni culturali presenti nel territorio. L’iniziativa di per sé è stata positiva e ne va dato atto al presidente della commissione, Melissa Mongiardo. Noi, poi, non siamo tra quelli che hanno sottolineato come l’incontro sia stato sostanzialmente uno scontro al limite della decenza tra i favorevoli e i contrari al registro.
A nostro parere l’incontro si è svolto nel rispetto delle regole democratiche senza prevaricazione alcuna. C’è però da sottolineare che la presenza di moltissime associazioni (decisamente più numerose le contrarie) ha impedito un vero e proprio confronto e si è assistito a un semplice susseguirsi di interventi che non ha lasciato spazio ad un dibattito costruttivo che avrebbe potuto veramente supportare le (speriamo) prossime decisioni del consiglio comunale.
Si è avuta nettamente la sensazione che ognuno fosse rimasto nella propria posizione, senza ascoltare quella degli altri (del resto, come poteva avvenire, se per la maggior parte dei casi ci si limitava a leggere interventi già scritti). Suggeriamo altri incontri ravvicinati che diano reale spazio a un dialogo costruttivo.
Come associazione culturale nel nostro brevissimo intervento durante l’audizione abbiamo sottolineato che il discorso di chi propone, come noi, un registro delle coppie di fatto non è assolutamente ideologico, bensì culturale, e come tale andrebbe affrontato. Infatti qui si fronteggiano due diverse culture, e due diverse visioni del mondo: quella di chi considera la famiglia (come è stato detto) un centro di servizi alla società e alle persone; e quella che invece asserisce che essa sia prima di tutto un luogo di relazioni e di amore, esattamente come accade nelle coppie di fatto.
Diamo atto a molte associazioni contrarie al registro di avere fatto un discorso non fondato esplicitamente sulla dottrina cattolica, ma di avere argomentato fondamentalmente con ragioni sociologiche o basate sulla costituzione.
Eppure questo tentativo di attenersi alla ragione naturale, per accreditare le proprie tesi, ci è parso a volte entrare in contraddizione con la dottrina e lâinsegnamento pastorale della stessa chiesa di cui sono fedeli – soprattutto alla luce della cultura del dialogo promossa dal Concilio Vaticano II e ripresa, con la forza della semplicità, dall’attuale pontificato di Bergoglio. Solo degli anticlericali incalliti o dei credenti incoerenti possono sostenere infatti di non accorgersi della rivoluzione culturale che papa Bergoglio sta attuando dentro e fuori la chiesa. Proviamo a vedere cosa si muove in quella direzione.
La civiltà cattolica – si legge nell’ultimo numero della rivista omonima dei Gesuiti – deve essere più aperta alle necessità delle persone e ai loro bisogni, e attenta alla realtà più che a una dottrina, al fine di riscoprire il volto del Cristo che si incarna nella realtà stessa, continuamente. O ancora: “è l’amore che apre gli occhiâ” (come recita il titolo di un libro edito dalla Rizzoli nel 2013 a firma di J.M. Bergoglio), e che ci porta a conoscere questa realtà e per diffondere in essa la gioia del Vangelo che – si noti bene – “è per tutto il popolo”, e “non può escludere nessuno” (Luca 2,10). Nella Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium”, scritta in occasione della recente celebrazione natalizia, infine, lo stesso Pontefice chiarisce che âil Mistero (natalizio) da contemplare” non deve limitarsi “solo all’interiorità”, ma deve tradursi in “un impegno” a “vivere a favore di tutti”, e a “farci carico della vita della gente, specialmente delle parti più deboli della società: quelle ad esempio, aggiungiamo noi, che non hanno diritti e riconoscimenti.
Bastano questi pochi esempi per capire come sia la cultura delle periferie, quella che predica Bergoglio: quella cioè che che ci “dà il coraggio di accogliere con tenerezza le situazioni difficili e i problemi di chi ci sta accanto”. Per questo dovrebbe stare un po’ stretto per chi crede, ma anche per chi non crede, il ragionamento dei numeri: a chi obietti cioè che la priorità spetterebbe alla famiglia “tradizionale”, in quanto poche sono le cosiddette âcoppie di fatto, basterebbe ricordare come il Pastore secondo il Cristo è colui che abbandona tutto il gregge per ricercare una pecorella smarrita. Per gli stessi motivi – anche da laici – riteniamo che sia del tutto inutile (oltre che fuorviante), procedere ad uno studio sociologico approfondito – come qualcuno ha detto – per analizzare l’impatto sociale della presenza del “fenomeno” prima di deliberare in merito ad un possibile registro. I diritti sono universali, per cui non hanno soglie di sbarramento.
Ha certamente ragione chi afferma che questa richiesta di un registro è solo simbolica, in mancanza di una legislazione nazionale. Eppure, in attesa di quella legislazione, alcuni diritti il Comune, per quanto di sua competenza, può e deve subito riconoscerli.
Non solo: hanno ragione pure quanti sostengono (sperando con ciò di creare allarme) che l’istituzione di un registro prelude all’equiparazione nei diritti di una coppia di fatto alla famiglia tradizionale unita o dal Sacramento cristiano o da un rito solo civile. Questa sarebbe solo la logica conseguenza di una rivoluzione culturale che dobbiamo fare tutti insieme, nel rispetto reciproco delle diversità: una rivoluzione culturale che non solo non impedisce l’impegno a migliorare la condizione delle persone che in questa crisi sono maggiormente colpite e sfruttate, ma anzi quell’impegno contribuisce a estenderlo e rafforzarlo.
Giuliano Benigni
Per Assur (Associazione scuola università ricerca)
