Viterbo – Caterina Simonsen continuerà a vivere, glielo auguro, e certi animalisti se ne faranno una ragione.
La vita di un essere umano – lo si deduce sia dal pensiero cristiano che da quello laico (ad esempio da Kant) – vale più di un miliardo di animali messi in fila, e se certi animalisti ottenebrati e ben più bestie dei loro beniamini non lo comprendono è un problema loro.
Personalmente, ho imparato da uno dei miei maestri, il filosofo Franco Lombardi (eppure un socialista della prima ora) che tutti gli “-ismi” (essendo estrem-“ismi”) rischiano di produrre esasperazioni e obbrobri del genere. Con tutto ciò, è chiaro che molto si può fare per ridurre gli esperimenti sugli animali o per renderli meno dolorosi e le battaglie i favore dei diritti degli animali sono segno di civiltà e di cultura.
Ma non è questo il punto.
Il problema vero è che si va deteriorando la capacità umana di comunicare, di discutere, di argomentare, di confrontarsi assieme, guardandosi negli occhi e cercando di capire perché l’altro la pensi diversamente da noi. Così ci rinchiudiamo nelle nostre certezze, che servono anche a rafforzare la nostra identità (troppo spesso mortificata dal cinismo della società moderna) e non tolleriamo più nessuna diversità, tanto meno quella delle idee.
Chi la pensa diversamente è uno stolto, è uno che non capisce, che forse cerca solo di curare un proprio malcelato interesse personale, e ci sentiamo più forti, più sicuri delle nostre idee se possiamo bastonarlo a dovere. Eh si sa, feriscono più le parole che la spada, e non ci sembra vero di poter uscire dal duello con le opinioni dell’avversario infilzate sulla punta dei nostri intelligenti ragionamenti.
Le parole d’ordine? “Ma fammi il piacere” (sottinteso: di tacere); “ma che c.. vai dicendo”; “le tue sono tutte sciocchezze”; “non ho mai sentito un discorso più stupido”; ecc. Non è che si discute sulle argomentazioni dell’altro: si bocciano e via, senza tante spiegazioni. Questo nel miglior dei casi, perché come si è visto, c’è anche chi passa alle maledizioni e se potesse andrebbe persino alle vie di fatto, che è il segno distintivo di chi non ha argomenti con cui mettere in funzione la ragione.
Da qualche giorno a questa parte – con spirito poco natalizio, mi verrebbe ingenuamente da dire – vedo che le discussioni su Viterbo, sull’amministrazione comunale, sulle prospettive di rilancio economico, sulla cultura, sui problemi quotidiani del privato cittadino procedono solo a suon di invettive, di offese, di accuse, di critiche distruttive, di giudizi apodittici, quasi senza lasciar spazio ad un confronto, ad uno scambio di opinioni; e non è che chi si becca le critiche cerchi di giustificarsi, di spiegarsi, a sua volta rilancia e risponde per le rime, perché è chiaro che se si comincia con le bastonate non è che si finisce con lo scambio di complimenti.
Certo, le offese più becere e superficiali passano spesso per il web, dove l’anonimato consente di tirare il sasso e di nascondere la mano; ma è singolare che anche chi si assume “coraggiosamente” la responsabilità di firmarsi spesso ceda allo sfascismo, al delenda Carthago, senza una vera voglia di scambiare opinioni con l’altro. Quasi a voler ribadire senza alcuna remora che lui possiede la ragione e quell’altro il torto, perché quell’altro non può proprio capire…
Ora, Tusciaweb si distingue da tempo per le sue battaglie di civiltà, e ne conduce lodevolmente tuttora più d’una.
Propongo allora a Tusciaweb di organizzare un dibattito pubblico, forse una tavola rotonda allargata, forse un evento culturale, insomma qualcosa dove chiunque ha voglia, idee, titolo o esperienza per farlo faccia proposte, stimoli e inviti le istituzioni a tener conto di certe indicazioni, dove possa essere stilato un progetto, un programma, un cahier de doléances, una qualsiasi forma di richiesta forte ed esplicita, firmata o comunque sostenuta da tanti cittadini, affinché si battano certe strade piuttosto che altre, almeno per quel che riguarda la cultura.
Perché, attenzione, la cultura forse non sembra dare risvolti pratici immediati, forse a qualcuno sembra inutile parlarne di fronte a problemi ritenuti più gravi e impellenti, come ho avuto modo di leggere da qualche parte. Ma è la cultura il sostrato mediante il quale forse riusciremo un giorno a far decollare questo dannato aeroplano che è Viterbo, con le ali tanto grandi e le eliche tanto potenti da poter volare in alto, tanto in alto, ma con piloti che non riescono a farlo alzare alle quote che gli competono e con cittadini passeggeri che sanno solo bucargli la fusoliera con la loro inciviltà quotidiana. Guardate per esempio quanto sono bravi i viterbesi a sporcare la loro città…
Il fatto è che la cultura è sì musica, arte, letteratura, archeologia, storia, ma è anche servizio pubblico, educazione, qualità della vita, invenzione, bellezza, rispetto, accoglienza, efficienza, onestà, responsabilità. La cultura è dialogo, confronto, proposta, capacità di scambiare opinioni, di costruire, di guardare oltre l’angusto orizzonte dei propri recinti, di metterci la faccia anche a costo di ricevere pernacchie da chi si nasconde in fondo al gruppo.
La cultura è soprattutto quella forza che fa volare in alto le città come fossero aeroplani, che rende abili i piloti, corretti i passeggeri, sicuro il volo. Vale indistintamente per tutti, per le istituzioni, per i cittadini, per gli addetti ai lavori, per gli opinionisti e per i blogger, per chi ha idee concrete e per chi prova solo un disagio che non sa ancora spiegare, vale per i giovani e per gli anziani, per chi ha voglia di criticare e per chi ha voglia di costruire, per chi si sente tradito e per chi sfoga la propria delusione.
Perché, alla fin fine, la cultura è civiltà e – scusate se sembrerò banale a qualche mente eccelsa – la civiltà è cultura.
Buon anno.
Francesco Mattioli
