Viterbo – Sassaiola su Ferdinando Selvaggini.
L’ex responsabile del Ced della Asl di Viterbo è il bersaglio di Alfredo Moscaroli, imprenditore, un tempo patron della società informatica Isa. Entrambi sono imputati al maxiprocesso sull’azienda sanitaria viterbse. Ma ieri, Moscaroli parlava come testimone in un procedimento collegato: quello per le presunte tangenti tra la Isa e un paio di ex dirigenti delle Asl di Rieti e Roma H.
Stessa trama della maxiinchiesta sulla Asl viterbese, riassunta in poche parole da Moscaroli: “Se volevo lavorare, dovevo pagare”. Mazzette in cambio di appalti, dice l’accusa. Con gli imprenditori risucchiati in un sistema quasi kamikaze, aggiunge Moscaroli. Ma a cui non potevano dire di no.
Selvaggini ne avrebbe fatto parte, secondo l’ex presidente del cda della Isa, che già alla scorsa udienza aveva ammesso di aver pagato tangenti fin dal ’92 per lavorare alla Asl di Viterbo. Poi arriva Selvaggini.
Di lui, nel 2009, dal carcere Mammagialla, Moscaroli scriveva che “aveva capito come funzionavano le cose” e si era “sostituito (ad altri, ndr) nelle richieste”. Richieste di tangenti. “Selvaggini è stato il nostro interlocutore dal ’93 al 2009 – ha spiegato l’imprenditore, rispondendo alle domande dell’avvocato Antonio Rizzello -. Inizialmente non chiedeva niente. Verso la fine degli anni Novanta, ha iniziato a pretendere tangenti”.
Moscaroli ricorda una specie di “discorso inaugurale”, che ripete in aula: “Mi sono stancato di stare qui a guardare – gli avrebbe detto Selvaggini -. Visto che queste cose avvengono sulla mia pelle, chi vuole lavorare con me deve passare sopra al mio cadavere”. Selvaggini sapeva che Moscaroli pagava. L’imprenditore stesso glielo raccontava, ma Selvaggini non avrebbe battuto ciglio: “Mi diceva che era normale – afferma Moscaroli -. Secondo lui non c’era altro modo: se volevo lavorare era così”.
Selvaggini, del resto, era uno che contava, secondo l’imprenditore. “Nella pubblica amministrazione c’è gente che va e gente che resta. I direttori generali avevano un potere enorme, ma limitato nel tempo. I dirigenti, invece, stanno sempre lì. E volte comandano anche più degli altri. Selvaggini era amministratore di sistema. Significa che poteva mettere le mani dove voleva. E significava anche che se diceva che non avrei lavorato più, sicuramente non avrei lavorato più”.
L’ex responsabile del Ced della Asl si è avvalso della facoltà di non rispondere, alle scorse udienze. Ma ieri i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci hanno insistito di nuovo per poterlo ascoltare, senza per ora ottenere risposte dal collegio dei giudici.
Il resto delle due ore e mezza di udienza è stato dedicato a ripercorrere i passaggi delle convenzioni stipulate tra la Asl viterbese e quelle di Rieti e Roma H. In pratica, una specie di “clonazione” a Rieti e Roma dei servizi informatici già forniti a Viterbo dalla Isa. E’ questo il cuore del processo in cui ha testimoniato ieri Moscaroli. Processo che vede come imputati l’ex direttore generale della Asl di Roma H Luciano Mingiacchi, il socio Isa Riccardo Perugini e Patrizia Sanna, omologa di Selvaggini prima a Rieti e poi a Roma. Anche a Sanna e Mingiacchi Moscaroli avrebbe versato tangenti.
Ma la tranche romana dell’inchiesta Asl è soprattutto un osservatorio aperto sul futuro maxiprocesso viterbese. Moscaroli aveva già scelto la linea della collaborazione con gli inquirenti. Lo ha dimostrato col suo memoriale scritto dal carcere sulla storia quasi ventennale delle tangenti. Lo ha confermato con le sue testimonianze alle udienze per Mingiacchi & Co..
Da imputato al maxiprocesso, l’ex patron della Isa si presenta come vittima. Grande accusatore di tutti coloro che alimentavano il sistema delle mazzette o lo davano per inevitabile. Tra questi, Moscaroli include Selvaggini a pieno titolo.
Stefania Moretti

