Viterbo – “La tigre e la manovella” al teatro Boni.
L’appuntamento è per sabato 22 febbraio ad Acquapendente alle 21. Nell’anno in cui la rivoluzione digitale manda in soffitta la pellicola
Pietro Benedetti in LA TIGRE E LA MANOVELLA , atto unico in sette “quaderni” di Antonello Ricci. Liberamente tratto dal romanzo di Luigi Pirandello “ Quaderni di Serafino Gubbio operatore”. Regia Benedetti & Ricci
Consulenza scenografie e realizzazione del “grosso ragno nero in agguato sul suo treppiedi” liceo aristico Orvieto. Video arte , Davide Boninsegna Real Dreams production.
NOTE SULLO SPETTACOLO: Roma, anni ’10 del XX secolo. Una decima e inedita musa spopola ai botteghini dei teatri nelle grandi città: si tratta del cinematografo, arte nuovissima, che fonde (ma anche: sottomette) la tradizione teatrale e letteraria con le pressanti esigenze della produzione industriale.
Esso si sta già imponendo a livello delle masse urbane con la stupefacente forza di una rivoluzione: il cinematografo infatti stravolge abitudini e stili di vita, modi dello sguardo e del pensiero. Serafino Gubbio è operatore alla Kosmograph, casa di produzione cinematografica capitolina. Sua è la mano che gira «la manovella» evocata nel titolo: ogni giorno infatti, Serafino offre in pasto metri e metri di pellicola alla sua «macchina da presa», un aggeggio meccanico dai tratti mostruosi, vero e proprio vampiro che si nutre succhiando vita e risputando forme-illusioni.
La «macchinetta» imprigiona gli attori quali ombre evanescenti su una tela, ve li condanna espropriandoli della consistenza reale del loro corpo, esiliandoli in un limbo fantasmatico. «La tigre» è invece l’unico capro espiatorio destinato a morire di morte «vera» sul set della quotidiana farsa cinematografica: ma innocente e sensuale com’è, quindi feroce come la vita stessa, sarà proprio essa a rimettere in discussione il destino di tutti gli altri personaggi.
Nell’anno in cui una nuova rivoluzione, quella del digitale, sta per mandare definitivamente in soffitta la pellicola delle origini eroiche del cinema, La tigre e la manovella porta in scena una favola umoristica consacrata all’epica del muto: una caustica critica alla disumanizzazione indotta dalla modernità e veicolata dalla progressiva meccanizzazione della vita quotidiana.
Lo spettacolo è liberamente ispirato al romanzo “cinematografico” di Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1925; ma prima edizione nel 1916 con il titolo Si gira!). Pietro Benedetti vi interpreta il ruolo di Serafino Gubbio: il quale, ormai muto a seguito del tragico epilogo della vicenda, siede allo scrittoio fissandone nei suoi «quaderni» una vera e propria memoria critica. Come in una seduta spiritica, egli rievoca e impersona tutti i personaggi e il loro dramma, portandoli in scena uno dopo l’altro.
LA TRAMA DEL ROMANZO
Si narra la vicenda di Serafino Gubbio, operatore della casa cinematografica Kosmograph soprannominato Si gira. Egli tiene un diario ove annota le vicende di un’attrice russa, vera e propria mangiatrice di uomini: Varia Nestoroff. Molti paragonano la donna alla tigre recentemente acquistata dalla Kosmograph solo per essere uccisa in scena. A differenza della belva però la Nestoroff ferisce gli uomini senza goderne. Al suo arrivo a Roma Serafino alberga in un ospizio di mendicità. Qui ritrova il vecchio amico Simone Pau. Vi incontra anche un violinista che, rifiutatosi di accompagnare un pianoforte automatico in un cinematografo, ha smesso di suonare rifugiandosi nell’alcool. Serafino si sente alienato dal suo lavoro: «Finii d’esser Gubbio e diventai una mano». E proprio con quella mano egli riprenderà un finale da raccapriccio: l’attore Aldo Nuti sta per uccidere la tigre; ma travolto da insana passione per la Nestoroff, egli spara piuttosto alla bella che alla bestia, finendo sbranato a sua volta. Serafino perde la parola per lo shock. Decide così di rinunciare a ogni forma di sentimento e di comunicazione.
Pietro Benedetti (Tuscania 1956) è attore e regista. Autodidatta di formazione grotowskiana, affina il suo metodo con Isabella Del Bianco e Cristiano Censi e con Susan Batson dell’Actor’s Studio. La sua ricerca teatrale è stata ispirata, per ciò che riguarda la ricerca sul campo, dall’opera e dalla persona di Franco Cagnetta. Dopo numerose esperienze teatrali approda al cinema collaborando con vari registi fra cui Paolo Bianchini. Per i tipi di Davide Ghaleb editore ha curato il volume di imminente uscita: Drug Gojko (testo teatrale dello spettacolo dedicato alla storia di Nello Marignoli, partigiano viterbese nella guerra di liberazione jugoslava). È fra i fondatori della Banda del Racconto.
Antonello Ricci (Viterbo 1961) insegna presso l’Istituto Magistrale della sua città. È dottore di ricerca in «Storia e cultura del viaggio e dell’odeporica nell’Europa moderna» presso l’Università della Tuscia. La sua tesi di dottorato è stata pubblicata con il titolo: La scrittura di viaggio di Marianna Dionigi. Una archeologa e pittrice di paesaggio dai salotti della Roma napoleonica alle città della Ciociaria, Sette Città 2011. Protagonista di numerose esperienze di impegno civile (dalle inchieste per il settimanale Sotto Voce alle passeggiate-racconto nella recente battaglia per la istituzione del parco regionale Valle dell’Arcionello) è studioso interdisciplinare, poeta, performer, animatore culturale. Di formazione antropologica, ha pubblicato saggi scientifici di storia orale, antropologia della scrittura, poesia improvvisata e didattica della scrittura su riviste specializzate quali Italiano & Oltre, La Ricerca Folklorica, I Giorni Cantati, Il Mulino. Suoi articoli anche sul quotidiano Il Manifesto. Ha firmato vari libri e curatele per gli editori Vecchiarelli, Sette Città, Effigi, Stampa Alternativa. Collabora stabilmente con Davide Ghaleb editore dal 2009. Nel 2013 ha pubblicato con Effigi edizioni il racconto metricato Fuori da dove. Il ritorno.
