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La Viterbo che fece innamorare Fellini torna a splendere

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Viterbo - Itinerario felliniano - Antonello Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano – Antonello Ricci

Viterbo - Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci

Viterbo - Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci 

Viterbo - Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci 

Viterbo - Itinerario felliniano - Irene Temperini, presidente della Pro loco

Viterbo – Itinerario felliniano – Irene Temperini, presidente della Pro loco 

Viterbo - Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci 

Viterbo - Itinerario felliniano - Il sindaco Leonardo Michelini e l'assessore Alvaro Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano – Il sindaco Leonardo Michelini e l’assessore Alvaro Ricci 

Viterbo - Itinerario felliniano con Irene Temperini, presidente della Pro loco, e Antonello Ricci

Viterbo – Itinerario felliniano 

Viterbo – Pubblichiamo un articolo di Antonello Ricci sulla passeggiata – racconto “”La mia fantastica avventura a Viterbo“. 
A spasso con Federico Fellini nei luoghi dei Vitelloni”. La passeggiata si è tenuta domenica 16 febbraio, a guidarla, oltre a Ricci, Irene Temperini della Pro loco. Alla passeggiata hanno partecipato tra gli altri il sindaco Leonardo Michelini e l’assessore al centro storico Alvaro Ricci.


– Quei bracci decorati, identici ma sghembi, sormontati da ricchi stemmi in peperino. L’imbocco di via Cavour visto dabbasso.

Un’infinità di volte l’avrò raccontata questa storia, qui a piazza del Comune. Di come una superba e armoniosa via rinascimentale (via Cavour, ma per i vecchi viterbesi resta, ora e sempre, strada Nòva) sopraggiungesse a “ferire” in diagonale due monumenti della Viterbo medievale per ricucirli in una veduta prospettica coerente: la fontana Grande e il portico del palazzo dei Priori.

Un braccio della via è più corto, l’altro più lungo. Nessuno ci fa mai caso: ma è per armonizzare la madre di tutte le fontane, lassù lassù, con gli archi e la penultima finestra del palazzo quaggiù (quella con la croce di peperino che si toglie quando viene il papa, o il presidente del consiglio: ché possano godersi, il tre settembre, la Macchina che scende giù accollando…)

Quante volte l’avrò raccontata questa storia. Ma stasera è diverso. Forse perché è la prima volta che io, Irene e gli altri non siamo costretti a sentirci come Ernesto Calindri: finalmente scampati al logorio della vita moderna (Cynar dixit), ai monotoni e insensati caroselli dello struscio automobilistico. Forse perché per la prima volta non siamo costretti a farci strada arrampicandoci sui cofani dei suv barbaricamente parcheggiati in mezzo a uno splendore di piazza quattrocentesca. Eh sì, stasera, sì: la piazza e la strada farnesiana che le scende incontro sono finalmente sgombre, pulite. E i luoghi finalmente tornano a svelarsi nel loro incanto…

Sarebbe felice Federico Fellini, stasera. Perché dopo un tempo infinito e tanta (troppa) volgarità consumista, il centro di Viterbo torna a splendere: come nei giorni in cui, sul principio degli anni ’50, ci capitava lui, quasi per caso, a girare gli esterni e certi indimenticabili notturni per i suoi Vitelloni. E se ne innamorava.

Una città con poche automobili e case ancora basse; una città piena di luce, del respiro del paesaggio circostante; una città come nave in rada, custodita dal profilo dei suoi monti. Il suono delle campane che arrivava dappertutto, fin dentro casa; lo scroscio delle fontane a sera, quando la gente rincasava per la cena; quegli alberghetti così freschi d’estate (una delizia) ma sempre con la luce accesa, anche a mezzogiorno.

Se ne innamorava, Fellini, al punto di dichiararsi con ardore appassionato: «io credo che un paesaggio può, con una linea, un gesto di colline, salvare addirittura una persona, affidargli un messaggio prezioso». Si sa, è certo, che per il maestro di Rimini Viterbo fu solo il primo capitolo, la prima tappa di una «fantastica avventura» nel paesaggio italiano tutto, alla ricerca della gioia e del mistero della vita.

Ma dimenticarsene, ahimè, è stato da parte nostra colpa imperdonabile: aver sciupato il carisma che natura e storia ci avevano consegnato in dono, aver sprecato la bellezza “salvata” da quei fotogrammi degni di un affresco, è vergogna per cui chinare il capo.

Questa bellezza era e resta la nostra sola ricchezza: non le strade dritte e senza fine di un progresso tritacarne, senza se e senza ma; non l’arrogante tirannia automobilistica nel cuore di una forma urbanistica che il mondo dovrebbe meritatamente invidiarci.

Sono d’accordo con me, i cento che stasera sono venuti a passeggiare e ad ascoltare i nostri racconti, le storie del grande cinema a Viterbo. Ma non importa che siano cento. Potrebbero essere dieci. O mille. Stessa è la musica: da qui dobbiamo ripartire. Dalla bellezza di queste piazze, dall’armonia di queste strade. Dalla qualità di questo spazio che un tempo seppe fare di noi una Città. Sì, Città con la maiuscola.

Antonello Ricci


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