Viterbo – “Nove ore di attesa al pronto soccorso di Belcolle”.
La segnalazione proviene da Roberto Purchiaroni, figlio di un’anziana ultraottantenne che tanto avrebbe dovuto aspettare per farsi visitare.
Succedeva a fine gennaio. Anna Teresa Scarelli, 88enne, viene portata in ambulanza al pronto soccorso viterbese dell’ospedale di Belcolle.
La signora ha un collasso e vomita sangue. I familiari chiamano il 118. La lunga attesa inizia alle 11,30. “Ci abbiamo messo fino alle 8 di sera per sapere qualcosa – spiega il figlio, Roberto Purchiaroni -. Oltretutto non c’era un letto disponibile, quindi siamo rimasti lì fino a mezzanotte a girovagare, nella speranza che si liberasse qualcosa. Alla fine abbiamo trovato un posto letto in un altro reparto”.
Nove ore per diagnosticare quelli che, per fortuna, erano solo calcoli alla cistifellea. Un tempo esagerato in generale. Ancora di più, nel caso di una paziente di 88 anni. Anche se la signora è abituata.
“E’ la seconda volta che ci capita – racconta, ancora, il figlio -. Pochi mesi fa era dovuta ricorrere di nuovo alle cure dei sanitari. Anche lì, sette ore di anticamera”.
Che il pronto soccorso sia sempre un’incognita, del resto, non è un mistero. Si sa quando si entra, ma mai quando si esce. E oltre alla pazienza, occorre fortuna: le attese dipendono dal numero di presenze e urgenze, che variano di ora in ora. Ecco perché i tempi si allungano. Indipendentemente dalla fatica e dall’impegno dei sanitari.
“Loro fanno il possibile, ma c’è un problema di organizzazione – afferma il figlio dell’anziana -. Non si può lasciare un paziente, per di più di quell’età, sulla sedia per ore, senza fargli sapere nulla. Magari si potrebbero impiegare i giovani tirocinanti dell’ospedale per allestire una sorta di punto informazioni, in modo da avere almeno notizie, anche approssimativamente, sui tempi di attesa e su com’è la situazione. Farebbe sentire meno abbandonato il paziente e i familiari che lo accompagnano. Da noi, purtroppo, per tutte quelle ore non è venuto nessuno”.
