Ginevra – “Abbiamo avuto un gran culo”.
La paura è passata. I cinque viterbesi che erano a bordo dell’aereo Ethiopian dirottato e costretto ad atterrare a Ginevra, adesso sono al sicuro nello scalo svizzero. E’ stato il copilota 31enne a prendere in controllo del volo e a dirottarlo in un momento in cui il pilota si era assentato. Voleva chiedere asilo politico (video – video dentro l’aereo dirottato).
Il dirottamento del Boing 767 è iniziato nel momento in cui l’aereo sorvolava il Sudan.
Un’avventura finita bene, ma a bordo dell’aereo hanno vissuto momenti di grande panico. Sensazioni che non riescono a definire a parole.
I viterbesi sono: Massimo Grazini, commercialista e un passato anche da assessore nella giunta comunale di Meroi, la moglie Primula Cencioni con il fratello Massimo e due amici, Giuseppina Rumori e Stefano Bernardi.
“Siamo precipitati tre volte – racconta Primula Cencioni –. Non so dire cosa avessi in mente in quei momenti, ma per rendere appieno quello che abbiamo provato, dovrei usare un termine un po’ troppo volgare.
Che si trattasse di un dirottamento, ce ne siamo accorti solo dopo sei ore perché all’inizio pensavamo a un’avaria del motore. Ogni tanto precipitavamo e quando abbiamo visto che atterravamo fuori dall’Italia ci siamo resi conto della situazione”.
Adesso la paura è passata, stanno tutti bene. “Ci siamo fatti forte – continua Primula –, ma ci siamo spaventati a morte. Ogni tanto era come se stessimo precipitando. Non è stato facile, c’è stato il panico”.
I cinque, insieme agli altri passeggeri del volo, sono ora a Ginevra. “Qui l’accoglienza è stata eccezionale, ci hanno dato conforto”.
Probabilmente in giornata riusciranno a rientrare in Italia. “Stanno organizzando i voli – spiega Primula – il volo dove eravamo noi faceva scalo a Milano e Roma, quindi devono organizzare il nostro rientro. In giornata ci stanno dicendo che dovrebbero riuscirci”.
Al momento, il pensiero è solo uno. “Che abbiamo avuto un gran culo – conclude Primula -. Si può dire questa cosa?. Ormai è andata. Siamo vivi”.




