Viterbo – A sentire i commenti che i viterbesi esternano sulle proprie disgrazie, si resta a bocca aperta quando si scorre la classifica della felicità stilata dalla Società di psicoterapia Eric Fromm, che pone la provincia di Viterbo al sesto posto assoluto.
“Carta canta” si potrebbe dire, nel senso che i dati quello dicono; “sono dati sbagliati” rimarcherà qualcun altro, semplicemente guardandosi attorno.
Personalmente, per lunga esperienza professionale di queste cose, sono molto diffidente nei confronti di queste “classifiche”: sia che ci mettano al sesto posto, sia che ci condannino all’ottantesimo o giù di lì, come fa Il Sole 24 Ore.
Basta scegliere gli indicatori adatti, ponderarli secondo un punto di vista o un altro (senza avere dietro una reale teoria specifica e condivisa) per poter dislocare una città più su o più giù in graduatoria. Ad esempio, il fatto che molte città del nord siano sempre alla testa dipende dal fatto che non si ponderano altri aspetti, some il solidarismo interpersonale, che al sud è più elevato; oppure, che le grandi metropoli siano sempre in posizioni di rincalzo dipende dal fatto che chi dà i punteggi parte dal presupposto che l’ampiezza della città comporta comunque stress.
Ma torniamo alla felicità. Una mezza dozzina di anni fa alcuni ricercatori italo-americani rilevarono che erano più felici i nigeriani che i tedeschi. Paradosso? Esatto: si tratta infatti del cosiddetto “paradosso di Easterlin”. Secondo questo studioso, che si occupa del problema da quasi trent’anni, non sono i vantaggi materiali di per sé a dare la felicità, ma altre variabili: ad esempio, il confronto tra ciò che si ha e ciò che si potrebbe avere; il confronto con altri che stanno peggio: il ribaltamento dei rapporti tra qualità e quantità; il conseguimento degli obiettivi compatibili.
Al contrario, il raggiungimento degli scopi ne creerebbe di nuovi, che accrescerebbero ansia, inappagamento, competitività, frustrazione. Il nigeriano che finalmente si compra un’utilitaria di seconda mano si sente un re, il tedesco che fatica ad acquistare l’ultimo modello di smartphone si sente infelice. O, in termini calcistici, il tifoso del Sassuolo che vede la sua squadra vincere tre partite in serie A gongola, il tifoso della Juve che ne vede perdere si strappa i capelli. Questione di obiettivi, di abitudini, di aspettative.
Dice: i viterbesi si sentono felici perché godono di una vita meno stressante dei cittadini metropolitani, di una enogastronomia a chilometro zero, di maggiore sicurezza. Ma la vita è solo soddisfacimento dei bisogni primari, di quelli che garantiscono la sopravvivenza?
Ammesso che questo sia vero per i viterbesi (ma sulle disponibilità idriche, avrei qualche dubbio…), non sarà che la vita è anche cultura, civismo, arricchimento, nuove prospettive, nuovi orizzonti, autorealizzazione, e queste cose attualmente nel Viterbese scarseggiano un pochino? In ogni caso, gli psicoterapeuti dell’Eric Fromm dovrebbero mettersi d’accordo con gli statistici de Il Sole 24 Ore, perché non si più essere felici e ottantesimi nella graduatoria della qualità della vita. A meno di non essere nigeriani…
Francesco Mattioli
