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“Compagno? Una volta era obbligatorio, oggi facoltativo”

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Massimo D'Alema

Massimo D’Alema

Ridolfi, D'Alema e Barbieri

Ridolfi, D’Alema e Barbieri

Delli Iaconi, Sposetti e Ciambella

Delli Iaconi, Sposetti e Ciambella

Leonardo Michelini

Leonardo Michelini

Massimo D'Alema

Massimo D’Alema

Ermanno Barbieri e Melissa Mongiardo

Ermanno Barbieri e Melissa Mongiardo

La presentazione del libro di D'Alema

La presentazione del libro di D’Alema

La presentazione del libro di D'Alema

La presentazione del libro di D’Alema

Le studentesse che hanno posto le domande a D'Alema

Le studentesse che hanno posto le domande a D’Alema

Melissa Mongiardo ed Enrico Panunzi

Melissa Mongiardo ed Enrico Panunzi

Viterbo – Non sarà più ministro e nemmeno onorevole, non sarà il politico italiano più simpatico, ma il nome di Massimo D’Alema ancora riscuote un certo consenso (fotogallery).

Pure quando si tratta d’affrontare un argomento non esattamente esaltante come l’Europa e l’euro. Così oggi pomeriggio la sala Regia si è scoperto essere troppo piccola per tutte le persone venute ad ascoltare il baffino più famoso della politica italiana parlare del suo ultimo libro “Non solo euro”.

Solo posti in piedi, anche per i ritardatari con la sedia riservata. Anche quella di Ugo Sposetti, che con D’Alema si è intrattenuto al bar prima di salire alla sala Regia. Meno male che per baffino due ce n’era una di riserva.

A coordinare il dibattito, Ermanno Barbieri della fondazione Gualtieri, con l’introduzione di Maurizio Ridolfi. Che introduce pure un tema spinoso: il termine compagno. “Una volta era obbligatorio – dice D’Alema – ora è facoltativo”.

L’ex premier ascolta le domande, prende appunti, ma quando squilla il telefono ferma la persona che gli sta rivolgendo il quesito: “Era un numero – dice D’Alema – a cui non si può non rispondere”. Mistero.

Il segretario provinciale Pd Andrea Egidi non c’è. E’ a Roma per le candidature alle Europee, c’è un suo intervento scritto, ma il tempo è tiranno. “Visto che siamo in ritardo – spiega Barbieri – lo diamo per letto”. Quindi spediti verso l’introduzione di Ridolfi e le domande di studenti che si sono preparati leggendo il libro. Un volume non sulla sinistra: “Ma è un libro di sinistra – osserva D’Alema – scritto da un uomo di sinistra”. Spiegato l’angolo di visuale si passa alla sostanza. “Giovandomi anche di studi che abbiamo fatto – precisa D’Alema – avanzo proposte su come cambiare il corso della politica europea, non basandomi su chissà cosa, ma con proposte fondate sui trattati esistenti”.

Cambiare. Non uscire dall’Europa. “Sarebbe una catastrofe – afferma D’Alema – chi avesse, mettiamo 50mila euro di risparmi, vedrebbe nella riconversione in lire una svalutazione del 30%. Cosa succederebbe? Ci sarebbe un esodo di massa dei soldi verso le banche tedesche. Risultato: un generale impoverimento.

Ecco perché non è possibile immaginare il suicidio politico per protesta”. Serve un’Europa più democratica che tecnocratica. “Oggi chi ci governa sono figure anonime, i ministri non si conoscono, la burocrazia prende decisioni da cui dipende il destino di tante persone, ma sono decisioni tecniche. Non c’è dibattito politico”.

Qualcosa sta cambiando, dalle prossime elezioni si potrà scegliere il presidente della commissione. Quindi il problema del debito che non va vissuto come un’ossessione: “Il Giappone ha un debito che è il doppio del nostro, eppure ha una politica espansiva. Lo stesso gli Stati Uniti, eppure stampano moneta.

La stabilità è importanta, ma la priorità è il lavoro”.

Lo spread va azzerato, attraverso un apposito fondo. “Perché ogni anno ottanta miliardi di euro vanno dai paesi più poveri a quelli più ricchi dell’Europa. E’ la legge di mercato”.

Mentre sull’immigrazione: “Gli immigrati – ricorda D’Alema – oggi rappresentano il 12 per cento del pil e svolgono mansioni che gli italiani rifiutano. E non hanno diritto di voto.

Sapete cosa succederebbe se domani se ne andassero tutti? L’Inps smetterebbe di pagare le pensioni. Perché sono loro che contribuiscono a pagarle, essendo in larga parte giovani e non godono dell’assegno. A chi ha certe idee, io vorrei parlare di questo.

Lasciamo stare la solidarietà, parliamo d’affari, così capiscono pure gli zulù della Lega”.

Giuseppe Ferlicca


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