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Zappa: “Ma quanto vale la vita di un uomo?”

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Gianluca Zappa

Gianluca Zappa

Ausonio Zappa

Ausonio Zappa

Cosmin Petrut Oprea

Cosmin Petrut Oprea

Adrian Nicusor Saracil

Adrian Nicusor Saracil

Alexandru Petrica Trifan

Alexandru Petrica Trifan

Daniel Ionel Oprea

Daniel Ionel Oprea

L'avvocato Roberto Fava

L’avvocato Roberto Fava per Cosmin Oprea

L'avvocato Massimo Rao Camemi

L’avvocato Massimo Rao Camemi per Saracil

L'avvocato Marco Russo

L’avvocato Marco Russo per Trifan

L'avvocato Roberto Delfino

L’avvocato Roberto Delfino per Daniel Oprea

Roma – “Nessuna pena potrà mai risarcire un figlio cui hanno ammazzato il padre. Ma quanto vale la vita di un uomo?”

E’ questa la domanda che non smette di farsi Gianluca Zappa, figlio del professore 82enne Ausonio brutalmente ucciso la notte del 28 marzo 2012, dopo la sentenza arrivata nella tarda mattina di ieri.

La corte d’assise d’appello presieduta da Pierpaolo D’Andria, a latere Giancarlo De Cataldo, ha condannato a vent’anni gli esecutori materiali Cosmin Petrut Oprea (21enne) e Adrian Nicusor Saracil (24enne), a dieci Alexandru Petrica Trifan (22enne) e a otto Daniel Ionel Oprea (27enne, fratello di Cosmin). I giudici romani hanno riformato la decisione del gup di Viterbo Salvatore Fanti che aveva comminato l’ergastolo ai primi due e 16 e 12 anni di reclusione ai due “pali”.

I quattro giovanissimi romeni erano partiti con l’intenzione di rubare nella villetta del professore fondatore dell’Accademia di Belle arti di Milano e Viterbo. Ma la situazione è degenerata. Alexandru Trifan e Daniel Oprea erano fuori a fare da “pali”. Gli altri due, invece, mentre frugavano in casa hanno trovato sveglio Ausonio Zappa. E’ nata una colluttazione: pugni, calci e probabilmente anche alcuni colpi con un martello batticarne sarebbero stati scagliati contro l’82enne. Dopo dieci giorni di agonia l’anziano muore nel reparto di rianimazione dell’ospedale Belcolle.

“Mi chiedono che ne penso della nuova sentenza – scrive Gianluca Zappa in un lungo sfogo pubblicato su Facebook -. La domanda è: voi che cosa pensereste? La domanda va posta a tutti. Le pene non sono certe, infallibili e durature. Ma, soprattutto, non sono adeguate a risarcire quanto è stato tolto. Sia chiaro, nessuna pena potrà mai risarcire un figlio cui hanno ammazzato il padre. Su questa terra il risarcimento è impossibile. Ma quello che più rattrista è che, oltre alla perdita (avvenuta tra l’altro in un certo modo) uno si debba chiedere: quanto vale, insomma, la vita di un uomo? Anche questa è una domanda che non può essere confinata all’interno della mia famiglia, ma che va posta a tutti. Che riguarda tutti”.

La sentenza di secondo grado ha alleggerito di molto le pene comminate con il rito abbreviato celebrato a Viterbo.

Venti anni invece di una vita intera da passare in carcere per i due ragazzi che entrarono nella villetta di strada Romana 12/A a Bagnaia. Dieci invece di 16 al ragazzo che, pur rimanendo fuori a fare da “palo”, fu quello che indicò al gruppo l’abitazione del professore come obiettivo di furto. Otto invece di dodici all’altro “palo” della banda, fratello di uno dei due che quella notte si trovarono di fronte l’82enne mentre provavano a rubargli in casa.

Siamo soddisfatti di questa sentenza – commenta l’avvocato di Cosmin Petrut Oprea, Roberto Fava -. Aspettiamo di leggere le motivazioni che arriveranno tra 45 giorni per decidere se impugnarla o meno, ma per ora ci sembra una decisione giusta”.

Reazione simile quella del collega Massimo Rao Camemi, difensore dell’altro esecutore materiale, Adrian Nicusor Saracil. “Sicuramente è arrivata una sentenza più equilibrata rispetto a quella di primo grado, a maggior ragione se si considera che si trattava di un rito abbreviato. Il fatto senza dubbio era molto grave e andava punito. Noi non avevamo chiesto nessuna derubricazione del reato, ma ci siamo battuti per il riconoscimento delle attenuanti e credo che la corte d’appello sia andata proprio in questa direzione”.

Più critico il legale di Alexandru Petrica Trifan, Marco Russo. “La pena irrogata – dichiara – ci sembra comunque eccessiva e sproporzionata rispetto all’effettivo ruolo svolto dal mio assistito in questa vicenda. Soprattutto se questi dieci anni di pena vengono rapportati ai venti comminati agli esecutori materiali”.

Ma è l’avvocato Roberto Delfino, legale di Daniel Ionel Oprea, a commentare con maggiore enfasi la decisione della corte d’appello mettendola a paragone con quella del gup viterbese Fanti. “Quella d’appello è una sentenza che rispecchia i fatti – spiega Delfino -. A Viterbo, invece, era stata emessa una sentenza che aveva il sapore della vendetta. Quegli ergastoli e quei 16 e 12 anni erano ciò che forse la nostra società moralmente richiedeva. Ma il ridimensionamento ottenuto con il secondo grado era necessario oltre che più adeguato. Premesso che ogni delitto non può essere paragonato a nessun altro, credo che renda bene l’idea ricordarsi che Rudy Guede è stato condannato a 16 anni per l’omicidio di Amanda Knox, sempre con il rito abbreviato. Ecco, quello è uno sconto di pena, non l’ergastolo”.

Entro i prossimi 45 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza. Solo dopo averle vagliate attentamente gli avvocati dei quattro romeni decideranno se impugnarla e arrivare fino in Cassazione, oppure fermarsi al secondo grado.

Francesca Buzzi


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