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Sul registro per le coppie di fatto non servono slogan o crociate

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – Fanno impressione i toni da crociata con cui gli schieramenti contrapposti vivono la questione del registro comunale delle coppie di fatto.

Un provvedimento che, chiaramente, alla luce delle norme giuridiche attuali ha un significato quasi esclusivamente ideale – e ideologico – ma che proprio per questo scatena aspri contrasti su questioni di principio.

Al di là di talune argomentazioni di carattere sociopolitico, che risentono inevitabilmente del clima massimalista che si va istaurando, sembra mancare a certi contendenti anche una reale padronanza delle tematiche bibliche che pure si industriano a prendere a prestito per le loro concioni.

Così, ignorando le reali questioni storiche, letterarie e teologiche, i polemisti in servizio permanente effettivo sembrano non rendersi conto che l’antico testamento rappresenta la cultura di un popolo di pastori che tremila anni fa stava formando una sua identità intorno ad un principio religioso quanto mai insolito, quello di avere un solo e unico Dio.

Andare a prendersi questa o quella citazione, espunta dal contesto storico-letterario, per difendere o confutare un’idea, mi sembra un modo di argomentare che non appartiene né ai teologi cristiani ed ebrei, né ai teologi non credenti, né più in generale ai più seri studiosi di scienze bibliche, quale che sia il loro orientamento.

Non a caso il grande biblista Ernst Käsemann ha scritto che l’interpretazione letterale dei testi biblici è prerogativa soltanto alle sette fondamentaliste e degli anticlericali, cioè di gente che da sponde opposte non mostra alcuna intenzione di dialogare con chicchessia.

Certo, anche nei passi di Paolo, e quindi nel nuovo testamento, vi sono accenni che potremmo definire omofobi e maschilisti: ma anche in questo caso essi vanno intesi all’interno di un’epoca e soprattutto entro il più ampio sforzo di costruire e organizzare una chiesa che aveva bisogno di certezze, di regole semplici e immediatamente comprensibili ai fedeli di duemila anni fa.

Va peraltro sottolineato che nei Vangeli, cioè nei testi che direttamente o indirettamente riportano il pensiero e le opere di Gesù, appare evidente il superamento di certe durezze dell’antico testamento e, soprattutto, non vi sono argomentazioni che fomentino l’esclusione, tutt’altro: nei discorsi di Gesù sono i poveri, i reietti, gli emarginati, mi verrebbe da dire i “diversi”, l’oggetto principale delle sue attenzioni e delle sue promesse di riscatto.

Così, poiché il dibattito oggi sembra dividere i “cristiani” dai “non cristiani”, sarebbe forse opportuno che gli uni e gli altri facessero riferimento innanzitutto a ciò che dice Cristo (e magari anche un papa come Francesco), piuttosto che alle parole di un antico redattore di certi passi del Pentateuco.

Certo, che i toni si facciano aspri può essere comprensibile: i “conservatori” temono certi eccessi, come l’idea di far giocare i maschietti con le bambole o di annullare i concetti stessi di padre e di madre; i “progressisti” a loro volta sanno bene quanto sia tuttora radicata l’omofobia e quanto possano essere cieche e violente le sue manifestazioni.

Ma l’esegesi a buon mercato, anzi a orecchio, che gli esponenti dei contrapposti schieramenti fanno sui testi biblici, appare del tutto fuori luogo e allontana da quello che è il vero nocciolo del problema.

Forse sarebbe necessario dedicarsi con maggiore energia a riflettere su certi problemi, che non si possono affrontare né con gli slogan, né facendo le barricate, né lanciando anatemi e sfottò compiacendosi della propria vis polemica. Serve ben altro: ad esempio, mentre ciascuno porta avanti le sue legittime argomentazioni, sarebbe opportuno manifestare rispetto per l’altro, cercare di comprendere le sue ragioni, trovare una strada comune – che come tale è sempre una forma di civiltà – evitando ogni massimalismo di sorta.

Nell’affrontare problemi complessi come la famiglia, la differenza di genere, l’educazione delle nuove generazioni, non sono ammesse le crociate, gli estremismi e tanto meno i becerismi di chi crede di padroneggiare certi argomenti con qualche frettolosa lettura partigiana. Di tutto può aver bisogno la nostra precaria società – e in specie la precaria società viterbese, già attanagliata da diffuse forme di inciviltà e di ignoranza – meno che di antagonismi, di revanscismi e di reciproca esclusione.

I gravi problemi che ci assillano, e ce ne sono tanti, urgenti, drammatici, e soprattutto trasversali, non ci permettono di perder tempo appresso ai dispetti e alle intemerate di parte.

Francesco Mattioli


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