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“Ho ucciso una persona”, ma non è vero

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La questura di Viterbo

La questura di Viterbo

Viterbo – Una chiamata in questura. “Ho ammazzato una persona, iniziate a fare le indagini”, ha detto all’operatore prima di attaccare.

Ma non c’era niente di vero. E adesso, per la donna intestataria del cellulare da cui è partita la telefonata, si è aperto il processo per procurato allarme. 

La chiamata arrivò il 21 novembre 2010 alla sala operativa della questura di via Romiti.

L’agente riuscì a mantenere la linea e a intercettare il numero di telefono, risalendo all’intestatario. Ma una volta arrivati a casa della donna, a Vejano, non trovarono nessun cadavere e nessuna scena del crimine. Il crimine, semplicemente, non c’era.

Eppure, al telefono, la donna sembrava agitata. Lo ha detto testimoniando al processo il poliziotto che raccolse la sua chiamata. 

Non sarebbe stata la prima di quel genere. Dallo stesso numero era partita anche un’altra chiamata, qualche mese prima: “Se ammazzo qualcuno che mi succede?”, chiedeva sempre una voce femminile dallo stesso apparecchio intestato all’imputata.

La prossima udienza è fissata a febbraio 2015.

 


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