Viterbo – Come a Paolo Conte di fronte a Genova, anche a noi “che siamo in fondo alla campagna” se guardiamo i palazzi della politica di Viterbo viene “un’espressione un po’ così e circospetti ci muoviamo davanti a quel mare oscuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai”.
Per esempio, a san Pellegrino, ci vien naturale inchinarci di fronte al Sodalizio dei facchini: a loro e a chi li ha preceduti si deve il riconoscimento mondiale di patrimonio dell’umanità conferito alla macchina di santa Rosa.
Peccato che per festeggiare l’evento si sia sperato in uno spot papale, come se i papi si muovessero per diletto e non per “rafforzare i figli nella fede” (vescovo Boccadoro per la visita di Wojtyla il 27 maggio 1984) o per “confermare la comunità nella fedeltà a Cristo” (omelia di Benedetto XVI, invitato il 6 settembre 2009 dal vescovo Chiarinelli nella memoria del teologo conterraneo Bonaventura). Un altro vescovo, l’attuale, si è fatto portatore dell’ultimo invito, ma gli intenti dei papi, e specialmente di questo, si doveva sapere che non cambiano.
C‘è sempre, comunque, un presidente della Repubblica da poter invitare, magari facendosi dare una mano dall’Università della Tuscia, dove suo figlio Giulio ha insegnato diritto e Gabriella Ciampi, figlia del predecessore, è tuttora docente (ah questi atenei piccoli ma in condizione di avere avuto un rettore a capo dei rettori italiani!)
A via Saffi, nel palazzo della Provincia, continua a sedere un presidente politico che ha commissariato se stesso nominandosi una giunta di tecnici. Non sarebbe stato più salutare, anche per il presidente Meroi, lasciare a Renzi l’opera di commissariamento integrale dell’ente, visto che i politici della sua parte lo ascoltano poco?
Piazza del comune, libera dalle macchine e presto pure dagli uffici, è il solitario specchio del palazzo dei Priori dove la maggioranza, seppur guidata da un sindaco sornione (e giustamente, se è vero che lo concepirono in tre fra i “ più” della città), fibrilla. Infatti, nel venerdì santo viterbese 2014, di fronte a un’ottantina di persone e al sinedrio locale, c’è stata sentenza per Viva Viterbo (ah se il dottor Rossi, col linguaggio duro e schietto di quando era meno viterbese e più intellettuale nazionale della destra, spiegasse il vero di quel che succede in modo da far capire pure noi che siamo in fondo alla campagna!).
A via Fratelli Rosselli, della Camera di commercio, perché parlarne, se il governo ne preannuncia l’abolizione (o il cambio di nome)?
Viterbo, però, è solo “un’idea come un’altra”, in un paese dove crescono quelli che considerano destra e sinistra concetti superati (e quando avviene così le rivoluzioni son pronte a sconfessarli) e i rottamatori si affidano a un arzillo settantottenne, che non può né votare né essere votato, per riscrivere la Costituzione.
Peccato, però.
Renzo Trappolini
