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Fusione dei comuni, una sfida da raccogliere per la Tuscia

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Valerio De Nardo

Valerio De Nardo 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – L’iniziativa della fusione dei comuni di Canino, Cellere e Montalto di Castro è a mio parere una proposta apprezzabile e coraggiosa.

Apprezzabile perché prova a fornire una risposta di rete e di sistema alla crisi economica e istituzionale che aggredisce i nostri territori e coraggiosa perché sfida particolarismi campanilistici storicamente (e giustamente) saldi nel sentimento delle popolazioni e nei piccoli egoismi della politica.

Oggi è a tutti evidente che le “economie di scala” consentite da autonomie locali meglio strutturate sono uno degli elementi che può contribuire ad affrontare le difficoltà finanziarie e organizzative degli enti. Tali difficoltà e le trasformazioni sempre più rapide della società, delle tecnologie, dell’economia, richiedono infatti un approccio diverso a problemi nuovi o che, anche se non recenti, si presentano spesso in forme diverse dal passato.

L’entrata in vigore nelle scorse settimane della legge 56/2014 (la cosiddetta “Delrio”), che detta “disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, avvia un processo di riassetto istituzionale complesso e dagli esiti non definiti compiutamente già da ora. Occorreranno infatti diversi passaggi (legislativi, elettorali, statutari, amministrativi) per attuare pienamente le previsioni in essa contenute. Sicuramente però la direzione indicata guarda oltre il semplice esercizio associato obbligatorio delle funzioni già previsto nella legislazione precedente.

Il territorio del Lazio è chiamato a confrontarsi con tutte le innovazioni contenute nel nuovo testo legislativo, essendo in esso prevista la costituzione della città metropolitana di Roma capitale, la trasformazione delle quattro province esterne in enti di area vasta, la realizzazione di processi di unione e fusione dei comuni.

Come scrive il giurista Pietro Barrera “le città metropolitane, le nuove province e le unioni di comuni funzioneranno se il paese (i comuni, le forze politiche, le forze sociali) sapranno costruire e far vivere ogni giorno la dimensione della amministrazione condivisa”. Questo è possibile anche nel territorio della Tuscia se tutti gli attori politici, sociali e istituzionali saranno in grado di fare gioco di squadra, se comprenderanno che la forza di ciascuno sarà tanto maggiore quanto lo sarà quella di tutto il territorio. La proposta che viene dalla Maremma mi pare vada proprio in questa direzione.

La legge 56 supera finalmente la propaganda sull’abolizione delle province in quanto enti di area vasta: difatti pur diminuendo le funzioni fondamentali, altre potrebbero risultare accresciute. Viene esclusa la possibilità di elezione degli organi a suffragio universale, ciò che personalmente mi sembra un arretramento sul terreno democratico, ma evidentemente tale scelta responsabilizza ancor di più sindaci e consiglieri comunali del territorio, che saranno elettori e possibili eletti degli organi dei nuovi enti.

Gli enti di area vasta sono destinati a svolgere funzioni non attribuibili ai comuni, per dimensione e per caratteristiche. Definendo le funzioni di area vasta sarà possibile organizzare quel livello intermedio tra i comuni e la regione, che è indispensabile per attuare concretamente i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.

Al posto delle attuali province avremo quindi un ente di secondo livello, espressione territoriale dei comuni e raccordato con le regioni, che possono riorganizzare le proprie funzioni amministrative per come sia ritenuto più opportuno.

In tale contesto i comuni possono cedere la gestione di proprie competenze alla Provincia (ad esempio farne una stazione appaltante unica o una centrale per gli acquisti o per la gestione delle assunzioni e del personale), mentre la Regione può evitare il rischio di diventare un ente di gestione, privilegiando la propria vocazione costituzionale di ente di legislazione e di programmazione.

In questo processo le fusioni dei comuni più piccoli (per i quali potrebbero comunque rimanere municipi e centri di servizio locali) è una delle strade sulle quali potrebbero opportunamente incamminarsi altre realtà della Tuscia, accettando la sfida di una trasformazione istituzionale da compiere partendo dal basso e che la legge 56 favorisce. Ma, per fare un altro esempio: Oriolo Romano, che è legata strettamente alla Capitale dalla linea ferroviaria ed è pure nell’ambito territoriale ottimale romano del ciclo delle acque, potrebbe aderire alla città metropolitana di Roma capitale.

Insomma: il nuovo comune di Vulci potrebbe essere l’apripista di una stagione di rinnovamento, nella quale, partiti, istituzioni, forze sociali e imprenditoriali, i mondi della cultura e dell’informazione e tutti i cittadini devono sentirsi protagonisti, non spettatori di decisioni assunte altrove. Una stagione nella quale l’intelligenza della politica può servire per contemperare rappresentanza democratica, capacità di governo, funzionalità amministrativa.

Valerio De Nardo


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