Viterbo – “Senza Viterbo non sarebbe stato Petroselli”.
Lo ricorda come il sindaco di tutti. Un uomo sensibile. Un poeta. Un politico che ha saputo dialogare con la gente, ascoltandone i problemi e provando a superarli.
Nasce da questi tratti umani l’interesse di Andrea Rusich per Luigi Petroselli. Un’attenzione che lo ha portato a realizzare un documentario sulla figura del viterbese che a Roma ricordano ancora con affetto.
In soli due anni, dal ’79 all’81, Petroselli ha reso la capitale protagonista di una vivace stagione di cambiamenti e il film ne descrive i tratti fondamentali in un suggestivo percorso, fatto di immagini inedite e interviste.
Per volontà del regista, Viterbo chiude il ciclo di proiezioni il 12 maggio al cinema Genio alle ore 18. Un gesto fatto per riportare l’amato sindaco nella sua casa.
Chi era Luigi Petroselli?
“Era una persona che ha cercato, prima di tutto, di aiutare i più deboli – dice il regista -. Battaglie che da Viterbo si è portato a Roma e che ha affrontato sia come segretario delle federazione che come sindaco. Era uno che stava in mezzo alla gente e non aveva paura del confronto”.
Come lo ricordano a Roma?
“Ha governato Roma solo per un anno e mezzo e, nonostante ciò, è considerato il sindaco più amato nella storia della città. Ha dimostrato tanto attaccamento e ha avuto un rapporto diretto coi suoi cittadini. Petroselli ha fatto molte cose, ma, più di tutto, ha aperto le porte del Campidoglio ai romani.
Una volta a settimana, per esempio, chiunque poteva andare a trovarlo per confrontarsi con lui. Anche in televisione con il giornalista Maurizio Mannoni andava in onda sul tg1 per rispondere alle esigenze dei cittadini. E’ stato il primo a essere il sindaco della gente e dei poveri”.
L’idea che si è fatto lei dalle testimonianze raccolte?
“Aveva un rapporto sano coi poteri forti e non. Era un uomo di cuore. E’ come se fosse diventato sindaco uno di noi, una persona del popolo. Dal documentario emerge l’aspetto umano di Petroselli ricostruito anche grazie ai rapporti che intratteneva con chi gli stava accanto, a partire da quello con la moglie fatto di poesie. Era un sindaco poeta”.
Perché oggi non ci sono più personaggi politici di questo spessore?
“Non so se non ci sono – precisa -. Credo più che altro che queste forze si siano disperse per una serie di valori sociali che sono venuti meno a causa del contesto storico. Altri personaggi simili a Petroselli, oggi, potrebbero esserci, ma il problema è tirarli fuori e tirare fuori il coraggio di dire qualcosa”.
Quali materiali ha usato per realizzare il documentario?
“Mi sono servito dell’archivio del Movimento operaio e democratico che è anche co-produttore del film. Ci sono molti spunti per inquadrare il periodo storico, meno sulla figura di Petroselli. Da lì, comunque, ho avviato una serie di interviste che sono partite da Viterbo e che mi hanno aiutato a ricostruirne il carattere”.
Come è strutturato il film?
“Si parte da Viterbo per arrivare a Roma dove è stato prima segretario di federazione e poi sindaco. C’è anche una sezione dedicata alle grandi opere da lui compiute e quindi il funerale. L’ordine è quasi cronologico e basato per lo più sui rapporti posti in essere con quanti gli stavano vicino”.
A Viterbo con chi è stato più legato?
“Ci sono la moglie Aurelia e il suo migliore amico Oreste Massolo. Ho cercato di raccontare proprio l’aspetto umano di Petroselli, creando un effetto amarcord che era l’unica scelta possibile per dare valore a questo esempio di uomo”.
Tra i racconti, c’è qualche aneddoto che l’ha colpita di più?
“In realtà l’aneddoto che mi ha colpito di più non sta nel documentario e fa riferimento a Franco Ferrarotti, all’epoca in cui Petroselli era segretario della federazione. Era il 1976 ed era difficile essere un sindaco comunista.Ferrarotti scrisse un libro sulle periferie di Roma, attaccando duramente la segreteria della federazione e di fatto Petroselli. Quest’ultimo però, invece di prendere le distanze dal nemico lo ha avvicinato, invitandolo più volte a prendere il caffè e creando con lui un rapporto tale che proprio Ferrarotti contribuirà al progetto di Petroselli di abbattere i borghetti e realizzare i servizi essenziali per le periferie. E’ la cosa di lui che mi è piaciuta di più. Ha avuto il coraggio di scontrarsi con il diverso e affrontare i problemi in mezzo alla strada e non da una stanza. Ha portato l’avversario a condividere le sue idee”.
Che rapporto ha avuto Petroselli con la moglie?
“Era un rapporto fatto di poesie. Un legame vero. Lei è stata il motivo per cui ho iniziato il documentario. Ho conosciuto Aurelia nel 2010 e in quell’occasione, mi raccontò di aver appena finito di pagare il mutuo della sua casa alla periferia di Roma. Una cosa che mi ha colpito perché non lo credevo possibile per la moglie del “sindaco” della città. Ho conosciuto una persona semplice, bella. Pulita. Mi sono sentito avvolto da una famiglia e da lì tutto ha avuto inizio”.
Che ruolo ha avuto Viterbo nella vita di Petroselli?
“Viterbo è l’inizio di tutto. Non ci può essere Petroselli senza gli anni viterbesi. Ed ecco il motivo per cui concluderemo proprio qui il ciclo di proiezioni che si è aperto il primo marzo a Roma. Finiamo dove tutto è partito. Il documentario, infatti, si apre con una piccola analisi storica e poi si passa subito a Viterbo. Un legame messo in evidenza anche nei viaggi con il suo storico assistente Tonino Lovallo che gli è stato più vicino nel periodo in cui era segretario. Un’amicizia maturata durante il tragitto Roma-Viterbo, Viterbo-Roma. Ho deciso di chiudere qui proprio perché mi piaceva far ritornare Petroselli a casa sua”.
Anche Roma però è stata un grande amore…
“Sono gli anni in cui nella Capitale ci sono i borghetti e le baracche. Non ci sono fogne o elettricità. E’ la Roma di Pasolini con la povertà assoluta a pochi metri dal centro, salotto della borghesia. Proprio in questi spazi, Petroselli trova il posto per lottare al fianco dei poveri. Roma ha bisogno di eroi. Lo richiede il contesto storico degli anni di piombo. Serviva un capo e lui lo è stato. Ha preso in mano certe situazioni, come per esempio, l’apertura della metro di Roma che era pronta da un anno e non partiva. Lui non ha fatto altro che inaugurarla riuscendo a mettere d’accordo i diversi attori in causa che si contrapponevano. Petroselli, prende, decide e fa. Roma aveva bisogno di lui”.
Oggi come viene percepita la figura di Petroselli?
“Secondo me, è l’esempio di una modernità”.
Modernità intesa come cosa?
“Incarna un valore di esempio umano per la sua naturalezza, per il fatto di essere ciò che era, senza strutture. Per me, lui è il valore dell’esempio. Petroselli – conclude Rusich – ha messo d’accordo tutti. Ha unito Roma e lo fa ancora adesso, anche nel ricordo”.
Paola Pierdomenico

