Viterbo – Alza il volume della tv e picchia la convivente, condannato.
Pare fosse diventata una vera e propria costante: tornava a casa la sera tardi ubriaco, si arrabbiava per un nonnulla con la sua compagna e poi alzava le mani. Non qualche schiaffo sporadico, ma una sorta di pestaggio violento che, in più di un’occasione, lasciava sul corpo della donna profondi lividi, visibili a tutti.
E’ l’ennesima storia di violenza di un uomo nei confronti della sua donna. Stavolta il teatro dei maltrattamenti è una frazione di Viterbo, La Quercia.
Gli episodi, secondo l’accusa e secondo quanto riferito da alcuni testimoni in tribunale, erano continui e spesso avvenivano in presenza della figlioletta. Le botte, inevitabilmente, facevano gridare di dolore la donna. Ma quelle urla invece di farlo desistere dall’accanirsi sulla sua convivente, lo spinsero giusto a un semplice accorgimento: alzare il volume della televisione o della radio per non far sentire nulla ai vicini di casa.
I fatti che hanno portato in tribunale M.A., un uomo dell’Europa dell’Est sulla quarantina, sarebbero accaduti alla Quercia tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012. Prima, però, sembra ci siano stati anche altri episodi, mai denunciati per timore di eventuali ritorsioni.
Il primo agli atti è del 17 novembre 2011. Secondo quanto riferito in aula da un’amica della coppia, la donna sarebbe stata costretta quella mattina, alle 7,30, a scappare di casa con la bambina perché era stata picchiata. “Aveva paura delle botte e del fatto che lui non le dava i soldi necessari al sostentamento della piccola” aveva raccontato la testimone al giudice Silvia Mattei.
Il 4 marzo 2013 la paura diventa vero e proprio terrore. All’alba, poco dopo le 6, la signora corre al bar di fronte casa. E’ ancora in pigiama, scalza e spaventatissima. In braccio ha la sua bambina. Non riesce nemmeno a parlare con la padrona del locale, ma si getta di corsa sotto il bancone per nascondersi. Dopo pochi secondi arriva anche lui e si inginocchia dicendo di non aver fatto nulla. Ma la titolare del bar, impietrita dalla scena, chiama i carabinieri.
Già nei mesi precedenti la barista dice di aver avuto sentore che tra i due i rapporti non fossero proprio idilliaci. “Spesso si sentiva il volume della radio o della televisione altissimo anche alle 5,30 di mattina – aveva ricordato in una delle udienze scorse -. Io avevo chiesto spiegazioni alla signora per tentare di ottenere un po’ di quiete, ma lei mi raccontò che la musica la alzava il suo compagno quando la picchiava, per non far sentire le urla agli altri”.
Ieri mattina, infine, a nulla sono valse le dichiarazioni spontanee rilasciate dall’imputato poco prima della discussione. “Ora andiamo d’accordo – ha detto M.A. -. Qualche giorno fa siamo anche andati al mare insieme alla bambina”.
L’avvocato della difesa Stefania Bibiani ha puntato tutto sulla conflittualità del rapporto, secondo il legale acceso e burrascoso da entrambe le parti, e sulla poca chiarezza di alcuni episodi raccontati durante il processo. Ma al giudice Silvia Mattei non è bastato neanche che la donna, nel frattempo, abbia deciso di ritirale la querela. La condanna è stata fissata a un anno e sei mesi di reclusione con pena sospesa per la condizionale.
Francesca Buzzi
