Viterbo -“Meglio un libro che un retroscena politico”.
Più che stipati sugli scaffali, Pierluigi Battista vede i libri bruciati nei roghi delle piazze pubbliche. Bruciati perché sono pericolosi in quanto, secondo il giornalista del Corriere della sera, “mettono aria alla fantasia”.
A eliminarli, per lui, non sono gli ignoranti, ma quelli che i libri li divorano e li leggono. Battista torna a Caffeina, il 27 giugno alle 21 al cortile di Palazzo dei priori, per presentare “I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano”.
Convinto sostenitore del conflitto di idee per cui non si deve tacere, lo scrittore approfitta di quello che definisce “il coinvolgimento di Caffeina” per portare avanti le sue tesi.
“I libri sono pericolosi”. Perché questo titolo?
“Paradossalmente – dice Battista – gli artefici dei roghi hanno ragione, nel senso che un libro non è mai innocuo, perché contiene un potere che loro conoscono bene. La censura, come ha scritto Steiner, è un rogo a fuoco lento che anziché eliminare un libro già fatto, impedisce che esca. A bruciare i libri non sono le masse incolte, gli ignoranti e i rozzi. I mandanti sono sempre persone che hanno sentito la fascinazione dei libri”.
Si spieghi.
“Hitler aveva un biblioteca di 16mila volumi che si portò perfino dentro il bunker negli ultimi apocalittici giorni della sua vita. Proprio lui, nel ’33 dà vita a un enorme rogo nella piazza di Berlino per bruciare volumi che non corrompessero lo spirito tedesco. Lo stesso fa Mao che era bibliotecario. Poi c’è Pol Pot, formatosi alla Sorbona sulla scia dell’esistenzialismo di Sarte che, non solo eliminava i libri, ma anche chi portava gli occhiali perché veniva considerato un intellettuale”.
In cosa consiste il pericolo?
“I libri accarezzano la mente dei lettori e fanno immaginare altri mondi e altri personaggi. Mette aria alla fantasia per cui, se arrivano nelle mani di sprovveduti, diventano un veleno di cui solo pochi conoscono l’antidoto. C’è un interessante racconto di un inquisitore che ogni giorno passava ore e ore nelle biblioteche per selezionare i libri da mettere nell’indice proibito. Aveva la sensazione di vivere in un mondo meraviglioso nel quale solo lui poteva stare. Tutto ruota intorno a questo monopolio che, quando viene meno, fa crescere la tentazione di eliminare i libri. L’Inquisizione, infatti, nasce con la stampa di Gutenberg che rende accessibili i volumi”.
Chi sono i piromani di oggi?
“Oltre la metà del genere umano vive una condizione in cui i libri vengono bruciati, gli autori di opere sono assassinati e vengono lapidate le donne che vogliono andare a scuola e formarsi. Nella nostra società più tollerante esiste il web che offre una platea vastissima di odiatori. Da una parte, però, è anche una salvezza perché mette a disposizione libri inarrivabili, come per esempio gli 80 milioni di volumi della biblioteca del Congresso che sono consultabili online. E’ una garanzia, dunque”.
La sua, allora, non è una critica alla tecnologia, una moderna forma di Luddismo.
“No, anzi, è assurda la lamentazione sulla fine della cultura attraverso la tecnologia. Un’affermazione che è vera solo in parte e che dipende dall’uso che si fa del web. Non ci sarebbe nulla di negativo se la gente invece di cazzeggiare sui social leggesse un libro. Solo con un clic, infatti, si possono reperire testi spesso introvabili. Certo, viene meno la visione romantica delle librerie che io, per esempio, amo e in cui entro più spesso quando visito le città perché mi piace frugare tra gli scaffali. Ma, avere libri a portata di mano, è una risorsa”.
La censura è applicata sia in politica che sui romanzi. Oggi chi è che la metterla in pratica?
“C’è una forma sottile soprattutto in quella parte del politicamente corretto che vorrebbe che certi autori venissero ostacolati e messi all’indice perché sostenitori di idee che vanno semplicemente controcorrente. La censura non è mai brutale, ma motivata. Come si dice, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni e nelle fiamme dell’inferno finiscono i libri”.
Qual è il suo messaggio?
“Non sono gli ignoranti i veri nemici dei libri, ma i fanatici”.
E’ un convinto sostenitore del conflitto di idee. Quali sono quelle che, oggi, la rispecchiano di più?
“Sento di avere una posizione minoritaria di tipo classico-liberale per cui l’individuo conta più dello stato. Oggi la dittatura dello statalismo crea diversi problemi e spesso il potere pubblico viola la sfera personale. C’è poi una sensibilità diffusa sempre meno acuta. Da parte mia, penso solo che non si debba mai tacere perché si esce migliori dal conflitto delle idee. Non si tratta di una violenza armata, ma di una battaglia in cui si rispetta l’avversario e lo si controbatte con argomenti e non con scomuniche. Vince chi ha più filo da tessere. E’ una visione competitiva della cultura senza ingiunzioni o proibizioni. Quanto più si è liberi di esprimersi, tanto più una società può dirsi culturalmente viva”.
Come riesce a coniugare la professione di scrittore con quella di giornalista?
“Sono dimensioni legate dalla scrittura, quindi non è difficile. I miei, sono libri scritti da un giornalista senza troppo sapore accademico. Se devo scrivere un articolo per il Corriere della sera, uso le ore della notte per pensare ai libri, e quindi, al di là delle difficoltà di tempo, le due dimensioni vanno di pari passo”.
Quast’anno torna a Caffeina.
“Sono già venuto due volte. L’ho trovata un’esperienza entusiasmante per la quantità di giovani che riunisce. Quando a un certo punto si stava profilando una possibile chiusura della manifestazione, ho risposto subito all’appello di Filippo Rossi. Se davvero la rassegna avesse dovuto chiudere, sarebbe stato un impoverimento per tutti”.
Reputa dunque importante il ruolo di manifestazioni di questo tipo?
“Più che di questo tipo, direi che Caffeina è qualcosa di meglio. Ci sono iniziative, di cui non farò nome, che non valgono nulla. Caffeina invece ha un elemento in più che è il coinvolgimento di interessi e giovani. Ha questa particolarità che trovo estremamente positiva”.
Parlando di altro, come giudica la fase politica che sta vivendo il paese?
“Ecco – sbuffa con ironia -, sapevo che saremmo arrivati alla parte più noiosa. La politica è la cosa più noiosa di questo mondo. Posso rispondere così? Non capisco perché ci sia tutto questo interesse”.
Nessuna giudizio nemmeno sulle promesse del premier Renzi?
“No, è igiene mentale non parlarne. I giornali sono pieni di certe affermazioni. Pagine e pagine. Parliamo di libri, è molto meglio”.
Sulla cultura cosa vuole aggiungere, quindi?
“Mi pare di aver detto tutto – conclude – comunque, meglio leggere un libro che un retroscena politico”.
Paola Pierdomenico
