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“Nella cultura famo a fidasse ma paghiamo gli artisti”

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E allora, a leggere le colonne delle testate locali, nella città dove sono nato succede che alcune associazioni culturali, mi si perdoni il francesismo, se lo sono ritrovate nel didietro mentre altre si son ritrovate nei conti correnti dei denari per spettacoli mai fatti, trovandosi nella spiacevole situazione di dover restituire i soldi al Comune e peraltro facendo con questo fare all’ufficio preposto una solenne figura di merda online.

Come al solito si sono scatenate le varie ed eventuali reazioni del colorito popolo della rete e dell’ancor più colorito serraglio di giornalisti locali.

Tra queste reazioni mi permetto di analizzarne solo una, perché mi ha particolarmente colpito. Qualcuno (giuro, non ricordo chi fosse) ha sottolineato come le associazioni abbiano di fatto lavorato in pratica basandosi solo su una stretta di mano e fuori bando.

La seconda parte di questa affermazione purtroppo denuncia una scarsa conoscenza dei complicati meandri legislativi che sovrintendono alle gare d’appalto; riassumerò dicendo che fino a ventimila euro di stanziamento (se non ricordo male) la legge consente l’affidamento diretto.

Per quanto riguarda la prima parte, il signore ha ragione. In linea meramente teorica: l’assessore formula un bando per tempo (mediamente un anno basta e sopravanza), le associazioni presentano le domande, queste ultime vengono vagliate, il vincitore si aggiudica l’appalto. Non fa una grinza. In linea teorica.

In linea pratica, segua cortesemente questo scenario di pura fantasia: l’assessore non riesce a formulare un bando per tempo perché il bilancio previsionale del Comune per l’anno corrente non è ancora stato approvato, quindi si basa più o meno sui contributi cultura dell’anno precedente incrociando le dita e sperando in dio.

Il bando, se esce, esce a ridosso della manifestazione. Logicamente nessuna associazione culturale, per quanto ben oliata sia, riesce a combinare insieme un cartellone qualsiasi in così breve tempo. Quindi che fa l’assessore? Beh, esattamente quello che avrei fatto io: contatta le associazioni locali e assegna dei fondi a chi è in grado di garantirgli velocemente degli spettacoli per riempire il cartellone e salvare la baracca (continuando a tenere le dita incrociate). Il cartaceo verrà dopo. Famo a fidasse.

E mi creda, caro ignoto commentatore: lo abbiamo fatto tutti. Io, nel mio caso, sono qui a Genova sulla base di una stretta di mano, il contratto è venuto a ridosso della prima prova. I teatri hanno le medesime difficoltà dei Comuni, perché dipendono da stanziamenti statali che non si sa se, come, quando arrivino, e soprattutto in che misura. Anche noi famo a fidasse.

Quindi so quello che dico quando affermo di capire bene sia le difficoltà dell’assessore che la fiducia delle associazioni nella parola di uno che, in fondo, è l’assessore.

A questo punto, a bilancio approvato, magari si scoprono dei tagli al settore cultura. Vede che intrigo, il mio romanzo? Le associazioni prendono briciole. Ci sta, diranno alcuni, è tempo di crisi, tutti fanno sacrifici.

Alt! Qui si intoppa il filo logico del discorso, cari “alcuni”, perché le associazioni hanno pagato di tasca anticipando i soldi. Se il suo discorso fosse logico, si dedurrebbe a questo punto che le associazioni han di fatto pagato di tasca per far spettacolo. E in un certo senso, sì, direi che l’han fatto, come faccio io quando metto le spese vive di viaggio albergo e ristorante: finché non mi pagano, il che accade con ritardi epici, ho di fatto pagato di tasca per far spettacolo.

Ma è profondamente ingiusto non corrispondere all’artista il compenso pattuito quando il difetto di base sta in un Comune che non approva il bilancio in tempo utile. Le carte sono state firmate, gli spettacoli sono stati fatti, trent’anni di vita di palcoscenico mi fanno gridare SI PAGHINO GLI ARTISTI!

E non ci si lamenti se detti artisti a un certo punto si stufassero di collaborare con il Comune di pertinenza cominciando a organizzarsi cose da soli e lasciando andare l’ufficio cultura esattamente dove vuole “certa” cultura contemporanea: nelle ospitate di celebri nessuno provenienti dai talk show, nelle serate di cantautori bolliti, nelle letture fatte da vecchi tromboni scoppiati, insomma nella cristallizzazione della cultura come evento, come magnificazione delle insulsaggini becere che provengono dalle teste dei sempre pessimi programmisti televisivi.

Loro vi danno pane e circo. Questi vi crescono i figli, creano una coscienza sociale, coinvolgono la gente del posto, fanno crescere il territorio.

Mi perdonino i burocrati, i signori del benaltrismo, quellidelpartitochenonsbagliamai, ma io so esattamente da che parte mi schiererei, se solo vivessi ancora a Viterbo.

Alfonso Antoniozzi


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