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Feto tra i rifiuti, l’avvocato: “La madre voleva venire in aula”

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

L'assessore Maria Antonietta Russo

L’avvocato Maria Antonietta Russo

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

Viterbo – La vicenda del feto tra i rifiuti di nuovo in Cassazione.

E’ tornata davanti alla Suprema Corte l’indagine sulla neonata gettata in un cassonetto dalla madre, dopo un parto autoindotto.

L’avvocato Maria Antonietta Russo ha impugnato la decisione del tribunale del Riesame di Roma, che accoglieva la tesi della procura di Viterbo: carcere e sostituzione dell’accusa di soppressione di cadavere con quella di omicidio per tutti e due gli indagati, la 24enne romena madre della bimba e l’infermiere che l’avrebbe aiutata a procurarsi il farmaco che le ha indotto le contrazioni. E così, a distanza di un anno, la vicenda è di nuovo al vaglio della Suprema Corte, dopo una serie di ricorsi e controricorsi.

Per la difesa, non solo è insussistente l’accusa di omicidio, ma anche l’ipotesi di poter spedire gli indagati in carcere. “Dopo un anno, non ci sono più esigenze di custodia cautelare – spiega l’avvocato Russo, difensore dell’infermiere e della giovane madre -. Tra l’altro, i termini sono ampiamente scaduti, sia per l’accusa di omicidio che per l’occultamento di cadavere”. Ma la procura è stata da sempre sicura del fatto suo: in base alle conclusioni del medico legale Bacci, il pm Franco Pacifici ha concluso che, se è vero che il feto inizia a vivere dalla rottura delle acque, la madre che l’ha provocata lo ha fatto con il preciso intento di uccidere.

L’infermiere è sempre rimasto a piede libero. Solo lei è stata detenuta per alcuni mesi nel penitenziario di Rebibbia. Uscita, è tornata in Romania da suo figlio. “Non si è presentata all’udienza solo perché il bambino è malato – spiega l’avvocato Russo -, ma avrebbe tanto voluto esserci”.

Quella che sarebbe stata la sua seconda figlia, invece, non c’è più. Il feto femmina di sette mesi viene ritrovato ai primi di maggio 2013, in un secchione in via Solieri. Quando i poliziotti la recuperano, a due ore dal parto, la bambina non respira già più. E’ la madre a indicare il luogo esatto in cui l’aveva lasciata. Ai medici di Belcolle e poi ai poliziotti racconta di aver partorito a casa da sola e di essersi poi fatta accompagnare fino al cassonetto. Ma dopo un paio d’ore, in preda a dolori lancinanti, si fa portare al pronto soccorso. E qui svela il suo segreto.

L’arresto scatta pochi giorni dopo. Non per omicidio, come chiede il pm, ma per soppressione e occultamento di cadavere. Persino l’inchiesta, ora, è chiusa, dopo il rifiuto del gip di concedere una nuova proroga. Mentre il braccio di ferro tra accusa e difesa sull’ipotesi di reato e la custodia in carcere non è mai finito. Da qui, il ritorno in Cassazione che, per ora, ha solo preso tempo. La decisione arriverà. Ma nessuno sa quando.


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