Viterbo – L’Hiv torna a far paura.
Aumentano i contagi e a finire preda del virus sono sempre più giovani e giovanissimi.
Nei giorni scorsi durante il congresso nazionale Icar (Italian conference on aids and retrovirus), promosso dalla società italiana malattie infettive e tropicali, è stato lanciato l’allarme: quattromila nuovi casi di infezione all’anno in Italia. Il Lazio una delle regioni più colpite.
Antonio Caterini, direttore del centro riferimento provinciale per per la sorveglianza sanitaria degli immunodeficit virali, prova a spiegare questi nuovi e allarmanti numeri su un virus che ormai sembrava appartenere al passato. Al centro di riferimento, che esiste da circa 20 anni nel capoluogo, lavorano quattro medici, tre infermiere e due assistenti sociali. Per loro un lavoro di ambulatorio e di assistenza vera e propria,al centro infatti c’è anche un reparto e coloro che hanno contratto il virus sono seguiti anche domiciliarmente.
Da quanto tempo si occupa di Hiv e Aids?
“Praticamente da sempre. Ho iniziato a lavorare in questo settore appena entrato in ospedale. Era il 1981 e non ho più smesso. Ricordo che negli anni ’80 ci trovammo di fronte un caso di Aids, ma ancora non se ne sapeva nulla. Noi pensammo che avesse un’immunità alterata a causa del diabete. Ma era Aids, e veniva scoperto allora in America”.
Dai primi malati di Aids ai contagi di Hiv di oggi cosa è cambiato?
“Oggi la situazione è profondamente cambiata. Nel Lazio ci sono 600 nuovi casi all’anno, ormai è una malattia prevalentemente a trasmissione sessuale che colpisce sia etero che omosessuali”.
A Viterbo com’è la situazione?
“Nella nostra provincia ci sono circa 300 casi di Aids, e qui al Centro di riferimento abbiamo in cura 420 persone contagiate da Hiv. Tutte sono in terapia con farmaci antivirali. Negli ultimi dieci anni c’è stato un trend costante, abbiamo circa 20 nuovi casi all’anno di contagio. Più o meno i numeri delle periferie romane. Da quando sono al centro abbiamo avuto in cura 1200 sieropositivi”.
E’ giustificato l’allarme lanciato dall’Icar?
“Purtroppo i media parlano sempre meno di Hiv con la conseguenza che i ragazzi non hanno più la percezione di quanto grave sia questo virus. Non a caso i picchi di contagio registrati sono tra i giovani tra 16 e 25 anni. Purtroppo sottovalutano il problema e l’accesso gratuito alle cure non aiuta. Pensano che con una pillola si risolve tutto. Ma non è affatto così. L’Hiv non è una passeggiata, una volta contratto è per sempre e un antivirale non risolve il problema. Il virus colpisce gli organi e la prospettiva è quella di una vita sempre a rischio di altre infezioni. Per questo io continuo a fare interventi nelle scuole di Viterbo. Vado principalmente negli istituti professionali. Parlo con i ragazzi e cerco di informarli su rischi delle malattie sessualmente trasmesse, soprattutto perché l’Hiv serpeggia tra la popolazione sessualmente attiva”.
Ma non sono solo i giovani il problema…
“L’altro grande dramma di questo tempo sono tutti coloro, principalmente adulti, che si accorgono di aver contratto l’Hiv troppo tardi, quando ormai la patologia è conclamata. E’ quello che io chiamo il mondo sommerso. Oltre a rappresentare un grave problema per se stessi lo sono anche per gli altri. Perché tra il contagio e la patologia in media trascorrono dieci anni. Il che significa che se in questi dieci anni non si accorgono di aver contratto il virus possono continuare a contagiare altre persone. E i numeri parlano chiaro il 50% dei sieropositivi non sapevano di aver contratto l’Hiv. Probabilmente lo hanno contratto con una scappatella, sesso occasionale non protetto. Poi dimenticano e mettono a rischio la vita di altre persone. Sono loro il problema principale, perché chi sa di aver contratto il virus segue cure e prende farmaci che bloccano la viralità”.
Cosa si può fare per invertire questa tendenza?
“Sottoporsi a screening e analisi periodiche. Certo, il bello sarebbe poter vaccinare tutti, ma siamo ancora lontani da questo obiettivo. E poi, proprio perché i virus non hanno frontiere, ultimamente stiamo assistendo a dei mutamenti. Ci sono due tipi di Hiv, quello che conosciamo noi e quello africano. E per curarli dobbiamo adeguare gli strumenti per la ricerca e le cure perché non sempre sono idonei per le mutazioni del virus”.
Maria Letizia Riganelli

