Viterbo Riceviamo e pubblichiamo – Ti conobbi che avevo quattordici anni, quell’età meravigliosa e bastarda in cui credi che il mondo stia lì solo per aspettare te e la tua arroganza, quell’età in cui ci spaventa ogni cosa e ogni cosa vogliamo affrontare.
Quella sera passavano in televisione un tuo concerto, mia mamma lo stava guardando ed io mi fermai, appena rientrata a casa, a vedere chi era ‘sto tizio che faceva saltare tante persone, pur non chiamandosi Luciano Ligabue.
Mi fermai. E tu, lì sul palco, davanti a non so quanta gente, in quel momento, per loro, ma soprattutto per me, hai cantato quel mondo che a quattordici anni ami, odi, e vuoi scoprire.
“Però non la sopporto la gente che non sogna”, dicevi. Ed era vero. Cazzo, se era vero. Nemmeno io la sopportavo, con la mia adolescenza. Non la sopportavo allora e non la sopporto adesso.
Perché questo mi hai insegnato, questo mi hai regalato: sentire quattordici anni sempre, odiare il mondo, amare il mondo, provare sempre e comunque a cambiarlo, almeno un po’.
E da quella sera di ormai diciassette anni fa, tu, per me, sei diventato “zio Guccio”. Il mio era un tentativo egoistico di rendere speciale un rapporto come tanti, una relazione tra un cantautore ed il suo pubblico che non finirà mai, pur con il cambiare delle generazioni. Ma io volevo che le tue canzoni fossero solo un poco mie. Ed è per questo che ti ho adottato come “zio”.
Quello “zio” con il quale non hai legami di parentela, che è soltanto tuo, che non ti impone la sua visione di giusto o sbagliato. Quello che ti parla di libri, di poesie, di realtà che non conosci, ma che, lui sa, per te diverranno importanti. E lo fa con discrezione e rispetto.
Ecco cosa tu hai fatto per me.
Umberto Eco ti ha definito “Il più dotto cantautore”. Umberto Eco. Ha ragione, Umberto Eco. Sciarada, erba spagna, Bosphoreion, Also Sprach: ho impiegato una vita di studi e letture per capire, a volte, o per ritrovare – già conoscendole – tante parole che tu mi hai insegnato. Il meraviglioso baccelliere che sei ha aperto infinite vite dietro i miei occhi chiusi. Quanta America ho conociuto! Quell’ Hemingway citato in un “Incontro” speciale, che ha portato con sè John Donne. E poi Fernanda Pivano. E poi Fabrizio De Andrè.
E Borges, con tutta la sua folle Biblioteca. E i Caboto. E il Catai. E Cirano.
Mi hai fatto capire che il teatro può cambiare una vita. A me, quell’VIII scena di quel II atto ha dato l’insegnamento più prezioso: disdegnare di essere come l’edera parassita. Non essere quercia, non essere tiglio, ma avere sempre e comunque la forza di dire: “Grazie, no.”
E poi c’è anche lo schiaffo, dato ai miei occhi chiusi. Chi è Silvia Baraldini? Cosa le è successo? E quei carri armati che fanno bruciare ancora la statua di Jan Hus? Sono davvero tutti giovani e belli gli eroi?
Sì. Il coraggio è figlio di una gioventù interiore che non tutti hanno. Fuori si può anche avere l’aspetto di rottami – romantici, magari – ma la spinta finale la dà solo la folle aspettativa che qualcosa ancora può essere fatto Se non è gioventù questa! Se non è bellezza questa! E quanta ne hai cantata, quanta ne hai raccontata.
Le tue atmosfere da Eskimo e maglioni sformati hanno fatto crescere generazioni intere, preparate o inconsapevoli, ma comunque sempre legate a quelle “osterie di fuori porta” dove chi non insegue i sogni ha un destino ben peggiore di chi si adegua all’età che passa o alle rughe che arrivano.
Perdersi dietro le nuovole e la poesia è la cosa più bella che possa capitare nella vita.
Questo mi hai insegnato. Ed è per me un tesoro prezioso che conserverò con cura per sempre. Almeno finché un piccolo “culodritto” sarà abbastanza grande da chiudere gli occhi e vedere un mondo dietro di essi, cullato dalla tua voce.
Grazie e alla tua, zio Guccio!
Sara Balzerano
In attesa di Caffeina invitiamo i lettori, che vorranno, a inviare una “cartolina” al personaggio che più aspettano. Ovviamente le cartoline verranno recapitate ai vari personaggi o al loro entourage dallo staff di Caffeina.
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