Viterbo – Feto nel cassonetto, arrestato l’infermiere.
Ora è accusato di concorso in omicidio e per questo motivo gli è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari. L’infermiere di Belcolle, inizialmente indagato soltanto a piede libero, è il presunto complice della ragazza romena di 24 anni che il 2 maggio del 2013 gettò un feto femmina di sette mesi in un cassonetto di via Solieri, al quartiere Carmine di Viterbo.
L’arresto dell’infermiere è arrivato dopo più di un anno di braccio di ferro tra procura e difesa.
Inizialmente era stata arrestata soltanto la ragazza, che assunse un farmaco a base di ossitocina per provocare le contrazioni e poi gettò il feto appena partorito in un secchio della spazzatura. Lei e l’infermiere che la aiutò a procurarsi il farmaco, vennero indagati per soppressione e occultamento di cadavere. L’infermiere resta da subito a piede libero, mentre la 24enne viene rinchiusa nel carcere di Rebibbia, dal quale esce per decorrenza dei termini a metà novembre.
La richiesta di arresto del pm Pacifici, viene però in un primo momento rifiutata dal gip in attesa dell’autopsia sul corpicino della bimba. Ma il pubblico ministero dopo aver avuto i primi accertamenti sul feto chiede l’arresto per omicidio. Il gip l’accoglie, ma soltanto per soppressione e occultamento di cadavere.
Da qui parte la serie di ricorsi. L’ipotesi di omicidio viene bocciata prima dal gip e poi dal Riesame. Ma la procura arriva fino in Cassazione con la tesi che, se è vero che il feto inizia a vivere dalla rottura delle acque, la madre che l’ha provocata lo ha fatto con il preciso intento di uccidere.
La Corte suprema ha annullato l’ordinanza del tribunale del Riesame che confermava le posizioni del gip sulla soppressione di cadavere e gli atti sono tornati al Riesame che, chiamato ad esprimersi nuovamente, ha stavolta accolto la richiesta del pm Pacifici.
Il reato contestato alla ragazza, dunque, è omicidio e di conseguenza l’infermiere dovrà rispondere di concorso in omicidio. Da qui la misura degli arresti domiciliari cui l’uomo sarebbe sottoposto da circa un mese.

