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Gabriele Casale in mostra con “€œStratificazioni”€

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Viterbo dall'alto

Viterbo dall’alto

Viterbo – Martedì primo luglio, alle 18, presso la Galleria Chigi di Viterbo, in via Chigi, 11, è stata inaugurata la mostra “€œStratificazioni”€ di Gabriele Casale, organizzata dall’aassociazione Culturale Backup Cult e curata da Silvano Bonini, con testi critici di Laura Cianfarani.

La mostra è  aperta al pubblico fino al 13 luglio.

“€œSi muore un po’€™ per poter vivere”€ (Vito Pallavicini)

“Demolire per ricostruire, riportare a nuova vita qualcosa che non ci soddisfa più, che ha smesso di entusiasmarci, di comunicare, che è diventata fredda: è cosìche nascono i collage di Gabriele Casale. L’€™artista ha ridotto in frammenti i lavori realizzati quando frequentava l’€™Accademia, come un novello Michelangelo che ha preso a martellate il suo Mosè: l’€™insoddisfazione  fa parte della ricerca artistica, è alla base della creazione, pena la sensazione di sentirsi €œarrivato€, di aver raggiunto un traguardo che comporta staticità, ripetitività, se non addirittura noia, mancanza di comunicazione, di passaggio di nuovi contenuti e sensazioni.

Con questo non si vuole elogiare l’eclettismo o l’assenza di uno stile: al contrario la ricerca di Casale si muove sul ritmo, sullo spazio, sul movimento, sulla materia, su un connubio tra figurativismo e astrattismo, sulla riflessione su una natura non amena, né madre né matrigna, ma in grado di meravigliare, di stupire con le sue leggi, conosciute o meno, di incuriosire, di suscitare il sublime tanto decantato dalla pittura del Romanticismo, e riattualizzato da Casale secondo un linguaggio contemporaneo.

Questo aspetto si manifesta soprattutto negli ultimi lavori, in cui l’€™artista frappone l’€™incisività  del segno -che in alcuni casi arriva a strappare il foglio, graffia, scalfisce- con l’€™applicazione di materiali, il collage. Una sintesi tra il levare e l’€™aggiungere, tra un lavoro in negativo ed uno in positivo insomma, attraverso cui Casale crea un connubio tra due aspetti apparentemente contraddittori ma strettamente legati alla sua poetica della stratificazione terrestre e a una componente istintiva, ad una coincidenza tra macro e microcosmo che si verifica quando l’€™uomo è immerso nella natura atavica, ancestrale, primordiale, quando ristabilisce un contatto con la propria origine più autentica.

Ma la riflessione sulla natura e sulla stratificazione è una costante nell’€™opera di Casale, e la ritroviamo anche nei lavori meno recenti, quelli nati dalla distruzione e trasformazione delle opere del periodo dell’€™Accademia.

Qui, gli elementi informali richiamano motivi musivi, derivati dalla lunga collaborazione dell’artista con l’Atelier dell’arte spirituale del Centro Aletti di Roma. In questo caso emerge la forza della materia e del contatto con questa, che, al pari di artisti come Michaux o D’Orazio diventa il soggetto stesso dell’opera, con cui Gabriele raggiunge un connubio perfetto e inscindibile con il messaggio, tra  medium espressivo e significato; non concepisce l’opera come una descrizione, ma utilizza il linguaggio instrinseco della materia. Se, però, è vero che Casale ha guardato a ciò che è stato fatto prima di lui (elemento imprescindibile per ogni artista che possa essere definito tale), trovando in quella che viene definita “€œArte materica”€ uno stile congeniale al suo modo di esprimersi, è altrettanto vero che ha superato la tradizione, ha individuato cioè i suoi “padri spirituali” comunicando con un linguaggio contemporaneo, legato al suo tempo, alla sua storia, al suo filtro personale, ribadendo così l’€™importanza della memoria e della sua trasfigurazione. Sarebbe d’altra parte impossibile confondere lo stile di Casale con quello di un Tapies, di un Burri o di un Fontana.

Nelle opere meno recenti, abbiamo frammenti di occhi, di volti, di storie, che in parte, soprattutto nei giochi cromatici, aprono degli interrogativi sul ruolo del caso, del mistero, e più che raccontare, hanno una componente di indefinitezza che spinge l’osservatore a costruire una storia, anche sulla base delle sue sensazioni, del suo background, delle sue luci ed ombre, delle sue esperienze e del suo vissuto, che è sicuramente arricchito dalla visione delle opere, è stimolato ad un’€™analisi introspettiva che può condurlo a una rivisitazione di punti fermi e convinzioni, alla necessità  di fare spazio al nuovo, al pari dell’€™artista che dopo aver distrutto le vecchie opere e averle viste ridotte in frammenti, quasi dispiaciuto, quasi con un senso di nostalgia intrinseco in ogni scelta, ha avvertito la necessità  di superare –ma non dimenticare- una vecchia esperienza, ha sentito l’esigenza di purificare, liberarsi di qualcosa che portava con sé anche un ingombro, di esorcizzare il passato e conferire nuova forma alla memoria. Perché dove c’è crisi può esserci creazione, può nascere  nuova vita, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri”€. Laura Cianfarani

 


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