Aprilia – “Un evento imprevedibile. Il percolato è un rifiuto speciale non pericoloso”.
A dichiararlo è l’avvocato Angelo Di Silvio, legale della ditta di autotrasporti per cui lavoravano Fabio Lisei e Roberto Papini, gli operai morti ieri nella tragedia di Aprilia.
Entrambi originari di San Lorenzo Nuovo, ieri mattina si trovavano insieme sulla cisterna che stava caricando il percolato dell’impianto Kyklos, di Acea. Una nube di esalazioni, forse di monossido di carbonio, li ha travolti mentre lavoravano.
Uno dei due ha perso i sensi ed è caduto dalla cisterna. L’altro sarebbe morto sul colpo.
Quella di Papini e Lisei era una manovra di routine. Il loro incarico consisteva nel recuperare il percolato prodotto dai rifiuti e trasportarlo altrove per le successive operazioni di smaltimento o trasformazione.
La sostanza è un liquido che fuoriesce dai prodotti di scarto. “Generalmente è classificata come un rifiuto speciale non pericoloso – spiega l’avvocato Di Silvio, della ditta orvietana per cui lavoravano gli operai -. Durante il trattamento è previsto solo l’uso di guanti e non di maschere o attrezzatura altamente protettiva: non trattandosi di sostanza tossica, incidenti come questo non sono previsti. A meno che non si riscontrino anomalie nel liquido e questo, al momento, non possiamo saperlo”.
L’Arpa ha prelevato campioni da analizzare in laboratorio. Mentre per avere un’idea precisa delle cause della morte e del tipo di sostanza respirata dagli operai, bisognerà aspettare l’autopsia.
Un’altra ipotesi è che le esalazioni provenissero dalla cisterna. Ma l’avvocato dell’azienda tende a escluderlo: “Gli operai avevano utilizzato gli stessi camion anche venerdì – spiega Di Silvio -. In più, dai primi rilievi, sembrerebbe che l’incidente non sia avvenuto subito, all’apertura della cisterna, ma quando hanno iniziato a riempirla di percolato. Chiaramente, gli accertamenti sono ancora in corso”.
Un dramma inspiegabile tanto per l’impianto Kyklos, del tutto nuovo a questo tipo di incidenti, quanto per l’azienda orvietana, dall’esperienza ultradecennale. “L’impresa ha un suo documento di rischi, un piano operativo di sicurezza e i lavoratori sono dotati di un apposito kit con i dispositivi di protezione individuale. Anche i mezzi di trasporto risultano a norma. Non possiamo che attendere gli esiti dell’indagine. Nel frattempo, l’azienda è vicina alle famiglie degli operai e si rende disponibile a dare loro tutto l’aiuto possibile. La stessa ditta per cui lavoravano Lisei e Papini è da sempre come una grande famiglia, quindi subisce e sente sulla sua pelle il dolore di questa perdita”.
Il pm di Latina Luigia Spinelli ha aperto un fascicolo attualmente contro ignoti.
L’autopsia sarà affidata ed eseguita entro le prossime quarantott’ore. Solo a quel punto, l’autorità giudiziaria darà il nulla osta per i funerali.
Con Papini e Lisei si allunga ulteriormente la lista degli operai rimasti vittime di incidenti sul lavoro per esalazioni tossiche. L’ultimo incidente risale all’8 aprile scorso, a Molfetta: padre e figlio sono stati uccisi dalle esalazioni provenienti dagli scarti della lavorazione del pesce, contenuti in una fogna.
Nei pressi dello stesso stabilimento, nel 2008, erano morte cinque persone. Sempre nel 2008, in provincia di Catania, le esalazioni hanno stroncato sei operai. Gas tossici ne hanno asfissiato altri tre un anno dopo, in una raffineria non lontano da Cagliari.
Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha definito inaccettabile la morte dei due operai. Anche dal Quirinale è stata divulgata una nota per far sapere che “Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda tristezza la notizia del tragico incidente, ha espresso ai familiari delle vittime sentimenti di partecipe cordoglio e di affettuosa vicinanza”.





