Viterbo – (g.f.) – “Leggete, la lettura salva la vita, a me ha l’ha salvata”.
Mauro Corona accende Caffeina. Piazza San Lorenzo è piena, non solo i posti a sedere, ma anche la gradinata del duomo. Centinaia di persone venute ad ascoltare l’uomo arrivato dalla montagna. Lo scrittore, l’alpinista, lo scultore (fotocronaca).
“Ieri sera ero nella mia baita e oggi sono qui. Spero di non sbagliare il nome della città, faccio fatica ad adattarmi.
Da me se viene il temporale ti porta via le finestre, ma non fa domande”.
Il Vajont è una parte di sé, del disastro che ha distrutto la sua terra ne ha fatto un libro, un racconto di quei tragici fatti, narrati come una fiaba. La voce degli uomini freddi, tra i finalisti del Campiello.
Lo intervista Raffaello Fusaro, ma prima Andrea Baffo invita il pubblico a un minuto di silenzio in ricordo di Giorgio Faletti. “Conoscendolo – dice dopo Corona – forse avrebbe voluto un minuto di casino”.
Prima di salire sul palco ha incontrato un suo fan: “Un ragazzo di ventidue anni che ha letto i miei libri, sta lottando con una malattia. Quando ti trovi con storie del genere, come fai a parlare di premi? Mi ha messo in ginocchio l’ho abbracciato e spero di avergli dato energia”.
L’appuntamento a Viterbo potrebbe rivelarsi unico. “Mi sa che questa è una delle ultime mie uscite. Voglio ritirarmi, non più polemiche o storie, reputatevi fortunati, perché mi sa che il prossimo anno non mi vedrete più”. Sarà nel suo rifugio.
“Non ho la corrente elettrica, ma un gruppo elettrogeno e una stufa, sto benissimo. Non dobbiamo essere schiavi degli oggetti. Una maglietta firmata va bene, ma deve costare il giusto. Milleottocento euro per un pezzo di cotone perché sopra c’è scritto un nome, non va bene”.
Eppure siamo diventati tutti: “Eroinomani di cose, vogliamo possedere oggetti, spesso inutili, perché ce lo impongono i faraoni delle griffe. Io per quattro anni ho avuto come macchina una Duna. Tutti a dirmi dove andassi in giro con quel mezzo. A me sembrava bellissima.
Dobbiamo pensare che non sono le auto a renderci forti. Non ho più la patente perché me l’hanno tolta, ma ho una Panda scassata. Se ci vuoi salire bene, sennò fuori dai coglioni.
Nel mio paese se si ha fame non si può chiedere dove si mangia bene, perché ti risponderebbero, stai senza mangiare per tre giorni, poi mangi bene dappertutto”.
A bando il superfluo. “A Torino alla Fiera del libro ci mettono in alberghi extralusso. In uno non sono riuscito nemmeno a fare la doccia. C’erano mille bottoni, ma il vecchio rubinetto con acqua calda e fredda dov’è?
Qui in hotel sono arrivato di fronte a una porta di una bellezza incredibile, antichissima. Di legno antico, un capolavoro, cui nelle viscere hanno messo la tecnologia.
Non c’è più la maniglia che chissà quanti avranno toccato, ma un sistema elettronico per farla aprire con la scheda. Sono certo che la porta non lo volesse, ha sofferto”.
Originario di Erto, comune distrutto dalla diga che rompendosi si è portata via tutto.
“Ci sono 340 persone da tremila che erano. Interi paesi sono stati smembrati. Io l’ho voluto raccontare fuori da ogni polemica e giudizio, come una specie di fiaba. Senza puntare il dito. Ma bisogna ricordare. Non ha senso fare qualsiasi cosa se non si salva la memoria”.
E’ contro la Tav perché ci sono cose più importanti da realizzare e sull’amore mette in guardia: “Sono molto confuso sull’amore, chi mi ha detto ti amo, mi ha reso la vita un inferno. Amore è silenzio, accettazione. Sto attento a dire ti amo, è una frase importante.
Quando stavo con mia moglie, la domenica mattina d’inverno mi mettevo a leggere il giornale al caldo di fronte al camino. Lei arrivava, apriva tutto e passava l’aspirapolvere. Non è amore”.
Sul futuro, il suo compreso, invece: “Spero di morire con dignità, come la meridiana che segna l’ora, ma in silenzio.
A tutti l’augurio che faccio è che abbiate la salute.
Sembra retorico, ma se domani a qualcuno di voi dovesse venire l’influenza, di certo penserebbe a quanto stava bene la sera prima”.






