- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

L’uomo che parlava con gli Etruschi…

Condividi la notizia:

Antonello Ricci

Antonello Ricci 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo –  «14 novembre 1964: nelle grotte dette volgarmente del Riello, ala maestra sinistra della Città Sacrale, a poche spanne dalle case della Viterbo attuale. Attraverso 250 metri di cunicoli, sono entrato nel gorgo meraviglioso del Meandro, mai esplorato esaurientemente prima di me. Soltanto la fede mi anima, squarciando la tenebra di aule da tempo abbandonate (almeno in apparenza) ove tutto rivive nella ritualità collegiale. Entrando, sorretto da due collaboratori, mi riusciva difficile tenermi in piedi: né, andando avanti, si manifestava agevole il respiro.» (Mario Signorelli)

In realtà da quel primo volo nelle viscere del Riello l’archeologo dilettante Mario Signorelli, cinquantanovenne professore di musica, non tornò mai veramente. Vide, seppe, sopportò troppo, credo, quel sognatore di cunicoli franati e passaggi impraticabili, quell’auscultatore di frattaglie ipogee. Gli si dovette fare incontro qualcosa di troppo opaco. Impenetrabile.

Certo, riaffiorarono alla luce del giorno il suo maglione a collo alto il berretto la sdrucita giacca a vento. Quel volto aguzzo da figlio di figlio di sindaco della città ma pure da pronipote contadino che non disdegnava d’ingentilirsi l’albero genealogico col Luca Signorelli del Giudizio orvietano.

Quei tratti smagriti i baffetti all’antica la figura allampanata gli occhi spiritatissimi, invasati. (Gli occhi. In una foto di vent’anni dopo, quando il fuoco d’una divorante passione esoterica l’aveva ormai consumato del tutto e lui si firmava con l’enigmatico nome di Mètul An Temah, quegli occhi ti fissavano torbidi e spenti, dal cielo del suo volto, tra un cappello di feltro nero e una barba non fatta una pelle stanca una corsa di rughe una bocca sottile, piegata nell’accenno di una smorfia: come di un vecchio definitivamente perso alla luce del giorno, per le notti del declino cerebrale. Stelle cadenti, gli occhi, svanenti di necrosi neurale.)

Certo, quel tardo pomeriggio, l’immagine di Mario Signorelli i viterbesi l’avrebbero veduta normalmente rincasare e in seguito di nuovo passeggiare per piazze vicoli quartieri del loro livido centro storico.

Ma quello stesso corpo, ch’era stato del giovane musicista all’EIAR, del turbolento facinoroso consigliere comunale PCI nell’immediato Dopoguerra, del produttore cinematografico fallito (avrebbe salvato dalla bancarotta, grazie alla moglie, la sola proprietà di Macchia Grande: suggestivo teatro di alture e burroni a sei km nord-est dalla città, luogo di segni e sogni, negli anni a venire, e di convegni con medium e sensitivi un po’ da tutta Italia); quello stesso corpo, da allora e per tutto il quarto di secolo che gli restava da vivere, avrebbe portato addosso come un marchio un non so che di stralunato e febbricitante.

Quel corpo sempre più abitato, e scosso, dalle passioni e dai risentimenti di un’anima irrisolta: finta-porta ormai per il ritorno a giorno di redivivi lucumoni etruschi.

Da lì, intriso, traboccante di spirito messianico, tutto inteso – con foga moralistica e pedagogica – a redimere il mondo dal primo Dopostoria di un materialismo consumista, Mario Signorelli riscrisse – anche lui, come Annio da Viterbo, tutta sub specie viterbese – la storia universale: da Atlantide alla Mesoamerica, da Cristo a Mussolini alla Petacci, nel segno consolante di una Etruria civilizzatrice, originariamente perfetta quanto involuta nella pienezza del proprio mistero. Epperò sconfitta, scomparsa suicida negli abissi del tempo. E tutta fantasmatica.

Mario prese a scavare sempre più dabbasso, verso rovine di nomi, una grandiosa, sommamente poetica idea di sé e della sua città, ragioni farneticanti da profeta inascoltato, teorie di una esilarante epistemologia della ricerca ribattezzata con enfasi «Etruscologia Nuova».

Il suo frenetico attivismo editoriale gli avrebbe presto conquistato nell’opinione dei suoi concittadini, insieme con un’ammirazione un po’ turbata – per quella non meglio definita «scienza» – la fama di «mecotorso» eccentrico, di vero e proprio «gojo», nel senso dialettale viterbese.

Ma andrà detto, almeno per la tenerezza e la pietas che la sua vicenda dovrebbero stillare in ognuno: fra i pochi viterbesi memorandi del Novecento, Mario Signorelli domina con il carisma di un personaggio d’invenzione.

Personaggio che, se ne fossero i tempi, intimerebbe senz’altro di essere sciorinato, indagato, fatto esistere e agire nelle forme di un romanzo: per quel suo emblematico oscillare tra l’anima indifesa, sconquassata da insondabile mistero, e una patetica fortezza vuota, chiusa a riccio su fragilità siderali.

Da una parte infatti, Mario si trovò a vivere l’iperbole dei suoi ultimi anni mentre l’aberrante sviluppo urbanistico precipitava Viterbo e i viterbesi negli orrori di un medioevo-metafora tutto accelerazioni e parossismi (ignoti ad oltre sette secoli di storia). Basti citare il suo «Storia breve di Viterbo»: un singolarissimo ircocervo di dati ancora documentali ma già tutti stretti e contraddetti da miraggi indimostrabili. Prendiamone il singolare capitolo finale intitolato: «Un piano regolatore spirituale». Si tratta, in due strepitose paginette, del velleitario progetto per un rilancio turistico della città: aspettative da idillio, auspici ingenui, disarmanti proposte per arrestare la metastasi della speculazione edilizia. Sue interlocutrici – e questo è davvero divertente – quelle stesse istituzioni “visibili” della città che intanto ne andavano dettando il feroce sacco. Il tutto nell’incombente, fatale certezza di una «malinconia etrusca»: la quale, dalla fuga dei papi all’assurdo rigetto indigeno per autostrade e ferrovie, avrebbe nei secoli impedito a Viterbo ogni forma di progresso. Solo impotente – guarda caso – tale pagano sortilegio a scongiurare benne e cantieri scudo-crociati.

Ma pure, e anche più che in mezzo alle superfetazioni edilizie democristiane, Mario si trovò a strologare all’alba della nuova cultura dei mass media.

E fu involutissima sintesi, connubio canceroso tra sogni di un’arcadia di provincia e rischi planetari di apocalisse atomica. Un precipizio indecifrabile di fatti parole cose immagini che tolse per sempre, a Mario Signorelli e ai viterbesi tutti, ogni possibilità di sciogliere il nodo essenziale della loro storia. Pochi decenni dopo Viterbo si sarebbe ritrovata scorporata, digitalizzata, bit-calcomania nella interminata virtualità del web, di un Dopostoria telematico, omologante. Senza ritorno.

Partì da innocue passeggiate Mario Signorelli. Ma fattosi vessillo di una «involuzione» all’etrusca, finì per rovesciare sempre di più il corpo di questo suo amatissimo paesaggio in un vero e proprio paesaggio del corpo: ipogeo acquoso misterioso. Smarrendosi – manco a dirlo – nei meandri di una poeticissima demenza.

Proprio in tale chiave andrebbero riletti forse certi suoi scorci lirico-descrittivi: quel ricorrente sogno di lave impetuose all’assedio addirittura di alture abitate o la leggenda tramandata dai pastori intorno al fuoco, di notturni rimbombi, di turbolenze sotterranee nel ventre dei Cimini.

Fu quando si confuse: tante troppe ormai le voci che gli si affacciano dentro e gli affollavano la mente. Finché Mètul An Temah avrebbe ancora una volta sciolti da sé i vincoli di un povero corpo temporale: «in quell’attimo stesso in cui il processo fisico del corpo si riduceva al minimo compatibile della materializzazione, si verificava un vertiginoso rilancio di possibilità psichiche interiori»: era il 29 luglio 1990.

Antonello Ricci


“L’uomo che parlava con gli Etruschi”. Questo il titolo della nuova passeggiata/racconto di Antonello Ricci in collaborazione con Tesori d’Etruria – Viterbo sotterranea. Con la partecipazione di Pietro Benedetti.

Un’imperdibile racconto itinerante che si snoderà per strade vicoli piazze del centro della città da piazza Luigi Concetti a piazza della Morte.

Quota di partecipazione euro 10. Anche per questa nuova iniziativa si consiglia la prenotazione allo 0761.220851.

L’appuntamento è per venerdì 18 luglio alle 21.30 davanti alle Scuole Rosse (piazza Luigi Concetti). La passeggiata si concluderà con una degustazione di prodotti tipici nei locali di Viterbo Sotterranea (piazza della Morte).


Condividi la notizia: