Viterbo – “Non ho distrutto la destra, ma lanciato un campanello d’allarme”.
Gianfranco Fini torna alla ribalta politica (fotocronaca – slideshow). O almeno ci prova. Ieri, in visita a Viterbo per presentare il suo libro “Il ventennio. Io, Berlusconi e la destra tradita” nell’ambito di Caffeina, l’ex leader di An e di Fli ha raccontato il ventennio, e “non quello tra le due guerre” ha subito precisato, ma quello che fa riferimento al suo rapporto con Berlusconi.
Arrivato in anticipo, ha approfittato per farsi un giro per le vie del centro e prendersi un aperitivo a piazza del Gesù accolto da Filippo Rossi.
Una volta a Palazzo dei Papi ha parlato di Renzi, Grillo, dei nostalgici seguaci della Meloni e di un centrodestra che balbetta e che deve ripartire dai contenuti se vuole ridarsi credibilità. Non ha escluso di tornare nella città dei Papi a chiudere una campagna elettorale, anche se quei tempi, vista l’accoglienza di ieri, sembrano solo un ricordo. Per adesso comunque resta dietro le quinte e da presidente di Libera destra e novello talent scout della politica ha detto di mettersi a disposizione per individuare la nuova classe dirigente del centrodestra.
Intervistato da Alessandro Usai, Fini ha approfondito il periodo di tempo preso in considerazione. Ma da dove cominciare. Dalla fine o dall’inizio? Da Renzi o da Berlusconi? “Mi rimetto alla clemenza della corte – ha detto Fini -. E’ indifferente, o forse è meglio partire dalla condizione attuale e dalla situazione del centrodestra per parlare poi del passato. Il ventennio di cui parlo fa riferimento al mio rapporto con Berlusconi, da quando disse, nel 1993, che avrebbe votato per me, fino al 2013, quando è finito come voi tutti sapete“.
Le prime parole quindi sono per il nuovo premier Renzi e il suo successo alle Europee. “Il primo ministro di Pechino ha accolto Renzi, complimentandosi con lui per le sue annunciate riforme. Mai saggezza cinese colse più nel segno. Vedremo che farà. Ora è presto per esprimere un giudizio nel merito. Al di la delle riforme istituzionali, che sono anni che proviamo a fare, sono interessanti quelle sul mercato del lavoro e sulla pubblica amministrazione. La prima è davvero importante per dare una risposta all’emergenza sociale e una speranza ai nostri giovani. Il paradosso è che Renzi rischia di giocare la partita quasi da solo. Come molti pensano, infatti, la vittoria alle Europee non è da attribuire al Pd, ma all’assenza di veri competitori”.
Una, però, la qualità principale del sindaco di Firenze. “In questi mesi ha avuto la capacità di far dimenticare cosa fosse il centrosinistra, quello di Prodi e Veltroni, ed è stato una specie di calamita per le altre forze politiche. Non so quanto durerà questa immagine unitaria”.
Escludendo in primis l’uscita dalla moneta unica. “Sarebbe un macello. Sfido chiunque a dire che è una decisione che fa l’interesse nazionale, perché l’euro continuerà a essere un problema finché mancherà una politica economica comune. Il processo di integrazione europeo ha iniziato ad affondare con la bocciatura della Costituzione. E in particolare, negli ultimi tempi, l’Unione europea è andata avanti con il metodo intergovernativo e non comunitario. Così si rischia di affogare”.
Anche il centrodestra ha bisogno di salvarsi. “Bisogna smettere coi personalismi e le gelosie per ritrovare unità e identità. Io non ho distrutto la destra, ma ho lanciato un campanello d’allarme. Dobbiamo darci degli obiettivi, e inizierei con il rapporto stato regione, con l’abbattere la disoccupazione e riformare il mercato del lavoro. Sono di destra, ma bisogna capire cosa si intende con destra”.
In Italia, per Fini, ce ne sono due. “Quella che ragiona e parte della tradizione per vincere la sfida con la modernità e quella che, invece, si limita a urlare. Se non si cambia, presto, Renzi avrà una prateria di fronte. Il centrodestra deve andare oltre i personaggi degli ultimi anni, perché non ci sono uomini per tutte le stagioni. E non parlo solo di Berlusconi, ma anche di me. La destra non può rottamare, ma dovrà rinnovarsi e selezionare i nuovi rappresentanti, facendo tesoro degli errori passati”.
E come individuare la nuova classe? “Non c’è più una scuola di partito o una selezione dall’interno. E’ sufficiente, infatti, che un ras disponga di risorse illimitate per mettere in secondo piano un candidato più valido che non può permettersi di attivare le truppe cammellate. Le liste poi sono bloccate e spesso si è condizionati dai rapporti personali. La meritocrazia in politica è una delle questioni della democrazia di oggi”.
Serve innanzi tutto garantire la partecipazione. “In questo, Internet ha portato la novità, introducendo una discussione che da un po’ non c’è più. Ha però il limite di fermarsi alla superficie, senza approfondire, condensando tutto in pochi caratteri. La politica invece è una scienza in cui servono momenti di riflessione”. Quel dibattito che possa aprire alle riforme, in particolare a quella elettorale. “Spero sia la volta buona per una modifica della legge elettorale. Berlusconi, e nel dirlo forse stupirò, ha fatto bene a trattare con Renzi. Lo avesse fatto prima, non saremo a questo punto”.
Sulle diverse componenti del centrodestra, Fini ha preferito non dare giudizi. “Loro lo fanno con me, ma non è necessario che io lo faccia con loro”. Solo con Fratelli D’Italia non resta del tutto indifferente. “Non apprezzo che usino il simbolo di An. Loro sono i nostalgici di un pezzo di storia nazionale che non c’è più. Anche gli elettori non sembrano aver gradito, visto il risultato”.
Poco da dire pure su Giorgia Meloni. “Cerco di guardare le cose dette e non chi le dice. L’immediata uscita dall’euro e l’accordo con Marine Le Pen non fanno per me gli interessi del paese”. La precaria situazione del centrodestra, per Fini, non fa che rinforzare la posizione di Renzi. “Il premier si è dato mille giorni, tre anni, per portare a termine le riforme. Prima i suoi tempi erano più ridotti, ma questo non gli costerà un logoramento. La tenuta del suo governo dipende soprattutto dal rapporto con il centrodestra di Alfano, che ha un ruolo fondamentale nell’esecutivo che sarà a rischio solo quando la gente inizierà a interrogarsi sul bisogno di portare acqua al mulino del Pd”.
Tutti alla corte di Renzi, quindi. Anche Grillo che alla fine si è arreso al dialogo. “Lo ha fatto lanciando un’apertura sulle riforme e in particolare sulla legge elettorale, capendo che non avrà mai il 50 per cento dei voti e che la sua strategia è in calo”.
Poco pungenti anche le critiche a Berlusconi. “Lui è stato innovatore nel linguaggio politico e nella comunicazione. Ha avuto la capacità di alimentare un sogno di cambiamento del paese e nella prima fase ha anche portato alla ribalta personaggi importanti come Pera o Scognamiglio. Il suo difetto maggiore è stato quello di definire teatrino tutto quello che è fatica e impegno della politica. Dalle riunioni alle assemblee che prima si facevano perché ognuno dicesse la sua. Un’ipotesi impossibile nel Pdl. C’è differenza tra dirigere e comandare. Lui ragiona da imprenditore e da presidente del Milan”.
Fini ha detto di non avere rimpianti. Ma ha fatto autocritica. “Mi rimprovero di non aver concepito la possibilità di posizioni inconciliabili al momento della fusione tra An e FI. A partire dalla politica monetaria di Tremonti su cui non ero d’accordo. L’unica attenuante che ho, è che pochi mesi prima era nato il Pd, che aveva raccolto le diverse sfumature della sinistra. Pensavo, dunque, che in paese si percepisse l’esigenza di un bipolarsimo perfetto”.
A capo di Libera Destra è di recente rientrato in pista, ma non da attore. “Come ho fatto fin da piccolo, anche da grande, farò politica, che non è necessariamente stare in parlamento. Anche in questa occasione – ha detto Fini riferendosi alla presentazione del suo libro nell’ambito di Caffeina – c’è stato un momento di partecipazione in cui si è parlato di politica e non di calcio. Il mio obiettivo è quello di individuare una classe dirigente fresca. Voglio ripartire dai contenuti e non dalle etichette. Ci sarà una ragione per cui sei milioni di italiani, a oggi, non votano più per il centrodestra perché o stanno a casa, o votano Grillo o addirittura Renzi. Manca un’alternativa credibile. Il centrodestra balbetta. E’ diviso. Ha la testa altrove. Magari in parte è colpa mia, ma adesso si deve cambiare“. Col suo movimento Fini pensa di essere sulla buona strada. “Eravamo un centinaio all’assemblea dello scorso sabato al palazzo dei congressi all’Eur a Roma. Ognuno aveva da dire la sua idea di centrodestra”.
L’ex presidente non ha escluso infine di tornare nella città dei Papi. Magari per rispolverare certe tradizioni. “Non so se chiuderò qui una campagna elettorale. Mai dire mai, comunque. E’ risaputo che la destra, dopo il comizio in piazza del Popolo, concludeva a Viterbo l’avventura elettorale. Lo ha fatto Almirante e l’ho fatto io. Come a Roma, anche qui era una fatica, perché Viterbo non si accontentava di due slogan buttati là. Ci impegnavamo come per le grandi occasioni, perché la città è esigente. E di questi tempi – ha concluso Fini – tutto questo va a vostro merito. Cerchiamo di diffidare di chi si accontenta di ciò che passa il convento”.
Paola Pierdomenico







