Viterbo – Le cronache dei cronisti viterbesi medievali principiano con un fiore fiorito su terra di vulcani.
Una palizzata di grigi conci ben squadrati su scogliere di peperino. È il ben fatto muro tirato su dai nostri arcàvoli nel 1095 da porta Sonza (per capirci: all’imbocco del Corso su piazza del Teatro) fino a porta Fiorita. «Alle spese del populo» unito. Muro che dei quattro villaggi di contadini lentamente prosperati all’ombra di un castro altomedievale volle infine fare città (cioè identità comune, orgoglio di appartenenza). Ai tempi in cui le città fiorivano dai paesaggi quasi ne fossero prolungamenti “naturali” e ornamento.
Culminano poi – tali nostre splendide Cronache – con il sobrio narcisismo di un mercante il quale, ormai in là con gli anni, si è voluto far cronista per vocazione – diciamo – etico-pedagogica: laddove egli ci informa, con gustosa mise en abîme tra pittura e letteratura (e con dovizia intrigante di particolari) che Lorenzo mastro dipintore, in data 26 d’aprile 1469, lo ha voluto immortalare nel suo Sposalizio della Vergine, cavandolo di naturale in mezzo a una selva di donne viterbesi.
Cosicché il lettore postero che volesse conoscere di vista colui che tramandò a futura memoria la storia patria locale non avrà che da recarsi in chiesa, presso S. Maria della Verità fuori la porta omonima, e ammirarne il ritratto.
In mezzo a questi due estremi, storie a mazzi. Di guerre e sgomitate, soprattutto. Per imporre un sempre miglior governo al proprio breve territorio. E garantire così ricchezza e prosperità alla comunità. Ma anche – troppo e troppo spesso – rischiando di obliterare la primigenia idea di un bene comune.
C’è anzitutto la forza apotropaica di un altare viareccio (carroccio, ahimè, lo chiamerebbero i leghisti) capace con la sua nuda presenza sul campo di battaglia di procacciare vittoria ai viterbesi al di là di ogni loro (pur notevole) ardimento, possanza e valore: la vox populi dei vecchi e le antiche carte-pecore giurano che tale altare fosse predato un giorno dai viterbesi sull’isola Martana, nel lago di S. Cristina, essendo appartenuto un tempo all’infelice corteo nuziale della disgraziatissima regina dei Goti Amalasunta: un modo come un altro per raccordare, nell’inconscio di un popolo, la giovane fioritura del virgulto comunale al saldo ma ormai remoto “alveare” del mondo tardo-antico.
Poi le ripetute scaramucce con la noiosa e petulante Ferento, vicina di casa assai sgradita, che pagherà a ben caro il prezzo l’espansionismo viterbese nel contado dei contorni: distrutta, rasa al suolo e abbandonata nel 1172, con scorporo della palma-simbolo, che d’ora in avanti finirà annessa di forza allo stemma viterbese, servendo da sfondo (e vanto di blasone) al leone nostrano.
E della scomoda vicinanza con Roma, vogliamo parlarne? Troppo lontana, Viterbo, per scaldarsi al fuoco della cuna papale, troppo vicina per non bruciarne (come già a suo tempo ne proverbiava qualche saggio osservatore). Azioni ritorsioni assalti agguati rappresaglie. Fino alla cessione (momentaneamente) pacificatrice da parte dei viterbesi della chiave di una delle porte urbiche e della campana del comune: quest’ultima posta in Campidoglio addirittura, e ben nota, fra il popolo capitolino, col nome di Patarina (càtara: cioè eretica).
Infine, il memorabile assedio imperiale del 1243: quando ai viterbesi le gambe dovettero fare fico-fico, riuscendo essi però comunque – sempre sostenuti dal coraggio, dal senso pratico e dall’intraprendenza delle loro donne – a pugnare resistere contrattaccare fino a spuntarla. Fu quando una fanciulla di soli nove anni, montata sugli spalti a portar sassi ai soldati e ferita al braccio da un dardo degli imperiali, seppe strapparselo coi denti e ripartire: qualcuno vorrebbe si trattasse addirittura di Rosa, la nostra santa giovinetta. Chissà.
Ma ci furono anche guerre intestine. Generate da velenose discordie di fazione e lasciate andare in caduta libera divennero ben presto piaghe infette. Prima quella tra cosiddetti guelfi e ghibellini, almeno fino a quella paurosa carestia del 1246-47 che le Cronache tratteggiano quasi come orrifica anticipazione del desolato paesaggio con cui Ambrogio Lorenzetti (circa un secolo dopo) vorrà affrescare gli effetti del cattivo governo nel palazzo pubblico di Siena. Verranno poi la superbia l’arroganza l’avarizia e le soperchierie dei «gentilomini» (i signori) che coi popolari (i borghesi) pretenderanno di fare come il pesce grosso col piccolo.
Infine, tocca alla rivolta dei cittadini di Pian Scarlano contro i famigli dei cardinal di Francia, rei di aver lavato il loro antipatico presuntuoso bavboncino (la evve moscia è di vigove) niente di meno che nella fontana di quartiere: apriti cielo! Prima la sommossa divampa per tutta la città poi, dopo le prime sommarie esecuzioni, la furia di papa Urbano V – poveretto… non ha fatto in tempo a rientrare dalla dorata cattività avignonese che lo fanno pentire… – si rivolge alle torri e alle mura della città per scaricarle alla radice. E pace è fatta solo quando i viterbesi si gli prostrano dinanzi disarmati. È il 1367 e l’orgoglio del libero comune non è ormai che una vecchia (anche un po’ ingiallita e patetica) istantanea kodak da incollare sull’album di famiglia.
Da frate Andrea al mercante Nicolò, in queste Cronache dalla splendida prosa in volgare, i fatti sono meticolosamente segnati – a futura memoria e insegnamento – allineati secondo l’ordine più antico più semplice ed efficace a tramandare radici e identità. Quello cronologico. A una prima lettura le vicende si susseguono, fianco a fianco alle rispettive date, come grani in un rosario: sembrano righi bene impaginati sulla calma piatta della pergamena. Sembrano.
Ma le cose non sono mai davvero come appaiono. Ad ascoltarle per carote-prelievi, a indagarne gli strati testuali come una geologia, le voci dei cronisti viterbesi si accavallano si richiamano cozzano fra loro infatti, quasi fossero faglie telluriche: e si rivelano tessute da testi diversi e successivi per tagli annessioni omissioni suture traduzioni tradimenti scopiazzature riscritture ancora tutte nitidamente rilevabili a faccia-vista. Così che la voce di quel cronista (Lanzillotto, il più antico di tutti) il quale si giura testimone oculare dei fatti che rievoca, può raggiungerci solo per un curioso effetto ventriloquo: grazie cioè a un’altra voce, assai più recente, che amorosamente lo ascolta, riecheggia e rimbalza attraverso i secoli trascrivendolo-traducendolo e arricchendolo di chiose. La voce di un frate che lo ha preso in parola e intende garantire lui per la credibilità di certi resoconti.
Come qualcuno che giuri sulla veracità di un flatus vocis che gli giunge dal buio del passato. In fondo, come un aneddoto ascoltato al bar, mentre sfogli il giornale sul bancone dei gelati.
Così che il passato infine, ogni passato – e quindi la storia stessa, ogni storia – finisce per svelarsi nient’altro che palafitta di sogni. Città della memoria faticosamente e precariamente confitta sul fondo del padule, Sperduta fra le nebbie della dimenticanza.
Antonello Ricci
“Orgoglio medievale” è il titolo della nuova passeggiata/racconto allestita da Antonello Ricci in collaborazione con Tesori d’Etruria – Viterbo Sotterranea. Con la partecipazione di Pietro Benedetti e Olindo Cicchetti. E le percussioni di Roberto Pecci. Un’imperdibile racconto itinerante che si snoderà per strade vicoli piazze del centro romanico della città.
Quota di partecipazione 10 euro. Anche per questa nuova iniziativa si consiglia la prenotazione allo 0761.220851.
L’appuntamento è per venerdì 11 luglio alle 21.30 al ponte di Paradosso. La passeggiata si concluderà con una degustazione di prodotti tipici nei locali di Viterbo Sotterranea (piazza della Morte).
L’iniziativa si svolgerà nell’ambito del programma di Ludika 2014.
