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Ha un tumore ma le prescrivono tranquillanti

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Piansano

Piansano

Belcolle

L’ospedale Belcolle di Viterbo

Piansano – Un’agonia lunga più di due anni. Dolori continui al basso ventre che erano la spia di un tumore maligno. Ma invece di iniziare la chemio, l’hanno mandata dallo psichiatra.

E’ la storia di Catia, morta a 37 anni per un carcinoma all’utero. I medici lo hanno scoperto dopo sedici mesi di visite. Ma per la giovane mamma di Piansano era già tardi. 

Ha lasciato una figlia 14enne, il marito e i genitori, che adesso gridano tutto il loro dolore in faccia alle Asl di Viterbo e Livorno, cui più volte si era rivolta Catia per le cure del caso.

E’ il maggio 2010 quando la giovane mamma, originaria di Piansano, avverte le prime fitte addominali. Dolori lancinanti che descrive nel dettaglio ai medici degli ospedali di Livorno, Portoferraio e Acquapendente.

La risposta è sempre la stessa: tutto bene. Catia non ha niente. Viene dimessa e rassicurata ogni volta. Anche quando le viene scoperta una massa assimilata a una cisti e ritenuta non preoccupante. I sanitari consigliano di rivolgersi allo psichiatra della Asl. Prescrivono tranquillanti e antidolorifici, che nulla possono contro il tumore. 

Ma nessuno sa ancora dell’esistenza di un tumore. Nemmeno Catia, che continua a prendere medicinali inutili, fino al settembre 2011 quando viene ricoverata a Belcolle, dopo l’ennesimo controllo in ospedale. Il mostro è nelle radiografie: Catia ha un “carcinoma squamoso infiltrante l’uretere”, trascurato da sedici mesi.

Non basta l’isterectomia a salvarle la vita: nonostante l’asportazione totale dell’utero, la donna è costretta a entrare e uscire da Belcolle e Villa Rosa, fino alla morte il 9 gennaio 2013. 

I familiari puntano il dito contro i sanitari: il corpo di Catia riceveva da più di un anno i segnali della malattia, tra dolori addominali e perdite di sangue, ma per i medici non c’era niente di anomalo.

L’avvocato Angelo Di Silvio ha intentato una causa civile contro le Asl di Viterbo e Livorno. Colpevoli, a suo dire, di aver portato Catia alla morte, con una diagnosi tardiva.

Alle aziende sanitarie locali chiede 800mila euro. Ai giudici, una consulenza tecnica per sapere se Catia poteva essere salvata, se presa in tempo. Ma quello della giovane mamma di Piansano non è purtroppo un caso isolato. 

“C’è uno stillicidio di cause civili, per episodi di malasanità – afferma l’avvocato Di Silvio -. Casi come quello di Catia vengono gestiti con superficialità e con un eccesso di sicumera che impaurisce, anziché rassicurare. La causa va ricercata in scarse risorse diagnostiche o scarsa funzionalità delle strutture sanitarie. Ma il problema è tanto più grave quanto più gli episodi aumentano, di pari passo con i risarcimenti. Ed è così che la malasanità mette in ginocchio anche la sanità che funziona”.

Stefania Moretti


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