Viterbo – “Concentrare, sterminare. Essere è ricordare”.
È questo il titolo del libro di Daniele Camilli e Roberta de Vito (Intermedia Edizioni) che verrà presentato al festival Caffeina Cultura il prossimo 3 luglio alle 23 a piazza santa Maria Nuova a Viterbo. Assieme agli autori, interverranno anche Riccardo Valentini, capogruppo di Per il Lazio al consiglio regionale, Tonino Longo, segretario generale della Uil Scuola Viterbo, e lo scrittore Giulio Laurenti.
Per la prima volta verranno resi pubblici i documenti d’archivio riguardanti il campo di concentramento per prigionieri di guerra di Vetralla, la deportazione degli ebrei viterbesi e le violenze di nazisti e fascisti contro la popolazione civile della Tuscia.
Nomi e cognomi non solo delle vittime del fascismo, ma anche di chi si rese complice della macchina dello sterminio in provincia di Viterbo durante la seconda guerra mondiale. Il tutto accompagnato da testimonianze inedite e documenti che testimoniano le condizioni di vita degli ebrei detenuti nel carcere di Santa Maria in Gradi di Viterbo prima della deportazione presso i campi di concentramento.
“Jader Spizzichino e la moglie Marta Cohen – sta scritto in un documento della Questura di Viterbo datato 23 dicembre 1943 – desiderano vedersi più spesso di quanto è stato loro concesso ogni venti giorni. Sollecitano l’evasione della pratica riguardante il loro riconoscimento di non appartenenza alla razza ariana. Lo Jader chiede poi che gli sia corrisposta la pensione che percepiva quale funzionario del ministero dell’Interno a riposo, onde far fronte alle piccole spese consentite dall’ordinamento del carcere.
Chiede inoltre che gli sia consentito di soddisfare alle proprie naturali occorrenze fuori della cella, dato che non riesce a vincere la repugnanza e l’umiliazione della latrina comune. Desidera infine che gli sia concesso di poter riavere un dizionario che è in un deposito presso il carcere e che gli occorre per trascorrere il tempo meno oziosamente. Wolf Martin e la moglie Matilde – prosegue il documento pubblicato da Camilli e de Vito – desiderano colloqui più frequenti.
Sono vecchi e sofferenti e le loro condizioni di spirito sono molto depresse. Anche il professore vorrebbe non servirsi della comune latrina della cella. Non vorrebbe perdere la propria biblioteca che possiede nella sua abitazione di San Lorenzo Nuovo e che contiene manoscritti di una sua opera letteraria, frutto di lunghi anni di lavoro e di studi. Desidera dei libri per vincere il tedio della reclusione e di essere inviato in un campo di concentramento dove poter vivere più a contatto con la propria moglie. Di Porto Angelo e la moglie Di Veroli Lalla desiderano vedersi più frequentemente. Majer Arnoldo è molto depresso; lamenta la scarsezza del cibo che consiste nella somministrazione giornaliera di un minestrone e di un pezzo di pane.
Desidera che gli sia data la possibilità di procurarsi qualche libro scritto in lingua tedesca. Moscati Angelo vorrebbe colloqui più frequenti con la moglie Anticoli Reale; anch’egli lamenta la scarsezza di cibo e la latrina comune. Di Veroli Letizia e Di Veroli Anna non hanno espresso lamentele o necessità, soltanto aspirano alla libertà, della cui privazione non sanno rendersi conto”.
Gli ebrei viterbesi vennero deportati nel febbraio del 1944, senza il necessario per affrontare il viaggio. “Non è possibile – riporta infatti un altro documento del ministero di Grazia e Giustizia datato 23 febbraio 1944 – munire gli ebrei traducenti al campo di concentramento di Carpi di coperte e stoviglie per assoluta mancanza di materiali disponibili. Le poche disponibilità sono già insufficienti alle più necessarie esigenze della popolazione detenuta e nelle attuali contingenze non sono possibili i rifornimenti. È necessario pertanto di dar modo ai predetti ebrei di provvedersi di coperte e stoviglie di loro proprietà”.

