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“Viterbo mi piacerebbe se fosse in piano come Latina”

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Antonio Pennacchi con Daniele Camilli

Antonio Pennacchi con Daniele Camilli

Antonio Pennacchi

Antonio Pennacchi

Caffeina, l'incontro con Pennacchi

Caffeina, l’incontro con Pennacchi

Antonio Pennacchi con Daniele Camilli

Antonio Pennacchi con Daniele Camilli

Caffeina, l'incontro con Pennacchi

Caffeina, l’incontro con Pennacchi

Antonio Pennacchi

Antonio Pennacchi

Viterbo – “Viterbo mi piacerebbe se fosse in piano come Latina”.

Signore e signori, Antonio Pennacchi in tutta la sua ruvida e onesta schiettezza. A Caffeina presenta il romanzo Storia di Karel, ma lo spettacolo è ascoltarlo. Diretto, senza rete (fotogallery).

Si diverte quasi a mettere in difficoltà chi lo intervista, Daniele Camilli, ma si capisce che è un gioco che lo diverte. Cerca di sfuggire ad alcune domande, ma poi risponde e in qualche momento riesce a far venire fuori il Pennacchi che non t’aspetti.

Sfugge alla domanda su Alain, uno dei protagonisti del libro. “Ci sono storie e dolori che attraversano la vita di un essere umano e non te li scordi più.

Questo è uno di quelli, Alain, preferisco non parlarne. Ricordo che a trent’anni dalla morte di mio zio, quando ne parlavo con mia madre, ancora piangeva.

Così un mio zio cinquant’anni dopo per la sua prima moglie”.

Di Viterbo, a parte che è tutta salite e discese, conosce il calcio, solo che è rimasto un po’ indietro: “Con la Viterbese come state messi, c’è ancora Gaucci?”. Mi sa di no.

Non apprezza molto il clima: “Che cazzo di tempo c’avete a Viterbo? Senza giacca fa freddo, con la giacca fa caldo…”. Confessa d’avere votato Pd: “Renzi mi sta antipatico, ma lo voto lo stesso, adesso basta che si sbriga”.

Anzi, al partito è pure iscritto, solo che ha qualche problema: “Sono iscritto al Pd – ricorda Pennacchi – a Latina quando fanno le riunioni, però, non me lo fanno sapere”. Chissà perché.

E quando le domande vanno troppo oltre: “Mica so’ Bruno Vespa che conosce tutto, io so’ poche cose e con quelle poche cose ci scrivo un libro”.

Camilli introduce il pubblico presente al cortile di palazzo dei Priori al libro di Pennacchi e quando gli passa la parola: “Tocca a me? Mi stavi spiegando il libro così bene, io mica l’avevo capito, mi piace”.

Racconta qual è stato il primo input per scrivere la Storia di Karel: “Quando Napoli era piena d’immondizia, l’allora sindaco Jervolino impose il divieto di fumo nei parchi. Mavaff… adesso faccio il libro”. Di fantascienza.

Una colonia ai confini della galassia, dove tutto è regolato. Non si fuma, non si usa il petrolio, quindi niente tv e tutto il resto. “La svolta arriva quanto una donna scava un pozzo e trova il petrolio e tre ragazzini fuggendo trovano nel bosco piantine di tabacco e iniziano a fumare”.

L’approccio con la fantascienza inizialmente ha spiazzato i suoi lettori. “Non l’hanno presa bene – sostiene Pennacchi – avrebbero voluto Canale Mussolini due e peggio ancora hanno reagito i lettori di fantascienza.

Canale Mussolini lo dovevo fare, da quando avevo sette anni, è un compito che mi ha lasciato mia nonna. Ero convinto che fosse un buon libro, ma non mi aspettavo il successo che ha avuto, mi ha sovrastato”.

Nonostante le difficoltà iniziali. “Ho avuto problemi con la casa editrice, non volevano Mussolini nel titolo, tanto è vero che un sacco di librerie lo nascondevano, non era in vetrina. In Spagna il nome l’hanno tolto”.

Invece sono arrivati premi, la fama. “Ma a casa mia non significa niente. Sono quello di prima”. Solo un po’ più famoso. “Mi dà fastidio la troppa notorietà. In treno uno l’altro giorno mi ha svegliato chiedendomi se fossi Pennacchi. Sì, ma vaff… lasciami dormire.

Comunque il successo è gratificante, tutti i sacrifici fatti, ne è valsa la pena”.

Mentre il messaggio che esce con l’ultimo lavoro è chiaro: “Non si stava meglio quando si stava peggio. Anche se stai male, oggi stai sempre meglio.

L’età dell’oro non è nel passato, ma nel futuro. La vita è bella da vivere con forza e coraggio, guardando il lato positivo. Vale la pena di essere vissuta”.

Per lo scrittore di Canale Mussolini, una domanda sul fascismo non manca mai. Arriva dal pubblico. Un giudizio sul ventennio.

“Nettamente, decisamente negativo – dice Pennacchi – cose positive ci furono, come l’inizio dello stato sociale che prima non c’era, assistenza, maternità, pensioni, le bonifiche nel tentativo di dare la terra ai contadini, l’edilizia.

Tutto questo, dentro un periodo che si chiude sotto il segno dominante della dittatura, delle leggi razziali e la politica d’aggressione e guerre.

Dichiarare guerra è una follia, di peggio c’è solo dichiarare guerre folli e poi perderle. All’America! Il senatore Agnelli quando lo seppe disse: ma glielo avete fatto vedere l’elenco del telefono di New York?

Il giudizio è negativo. Senza ripensamenti”.

Giuseppe Ferlicca

 


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