Viterbo – (s.m.) – L’inferno dopo una rettoscopia. E oggi non può più raccontarlo.
F.D.F. è morto il 15 marzo 2009 all’età di sessant’anni. Due mesi prima era corso in ospedale con fortissimi dolori all’addome. Aveva un laparocele: fuoriuscita dei visceri. Ma fino a febbraio, nessuno se ne accorge.
Da febbraio a marzo non c’è tempo per salvarlo. Da gennaio a febbraio, le fitte lancinanti vengono tenute a bada con terapie blande, che nulla possono contro il laparocele.
Si tratta di una complicazione postoperatoria. Il 60enne si era sottoposto, un anno prima, a una rettoscopia. Esame invasivo ma comunque di routine che era costretto a fare per ciclici controlli di salute. Ma l’esame non va come dovrebbe: il paziente dev’essere operato d’urgenza. Gli viene perforato l’intestino.
La convalescenza è lunga. Solo nella primavera del 2008 F.D.F. torna a casa, dopo un lungo periodo di ricovero tra Belcolle e il San Camillo. La terapia sembra fare effetto. Il 60enne sta bene. Fino ai dolori insopportabili che lo riportano in ospedale nel gennaio 2009. La diagnosi del laparocele arriva un mese dopo. E il mese ancora successivo per il paziente non c’è più nulla da fare.
L’avvocato dei familiari chiama in causa la Asl di Viterbo. Ai sanitari chiede 750mila euro di risarcimento, per tutta una serie di presunte omissioni. Dall’errore nella rettoscopia, eseguita in assenza del consenso informato e che avrebbe causato la perforazione intestinale; fino all’omessa diagnosi dell’ospedale di Montefiascone e a quella tardiva dei medici di Belcolle.
Al tribunale civile di Viterbo, il legale dei familiari chiede anche una consulenza, per mettere nero su bianco il collegamento tra le sofferenze patite dal 60enne e il suo trattamento sanitario.
