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La Maremma dal tramonto del mondo classico al gusto romantico

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Antonello Ricci

Antonello Ricci 

Tarquinia

Tarquinia 

Tarquinia – Dopo il bel successo di pubblico e consensi riscosso da Il cappotto di Cardarelli, Università Agraria e Comune di Tarquinia ci riprovano: tocca, stavolta, a Corneto alias Tarquinia: ovverosia il romanzo degli Etruschi, nuova passeggiata/racconto ideata e condotta da Antonello Ricci.

L’iniziativa si snoderà per vie e piazze della città, dai palazzi Vitelleschi e Bruchi Falgari a quello Vipereschi, dal Palazzo Comunale con la sala degli affreschi e le opere di Sebastian Matta al belvedere “cardarelliano” affacciato sulla valle del Marta e sulla Civita, attraverso i luoghi toccati dai grandi viaggiatori che, a Corneto-Tarquinia, si trovarono a far tappa per poi scriverne: da Stendhal a Dennis, da Lawrence a Savinio e altri.

Il presidente della commissione comunale Cultura Angelo Centini porgerà il suo saluto alla partenza, fissata per sabato 30 agosto a Tarquinia con appuntamento alle 21 presso la barriera San Giusto. Letture di Pietro Benedetti accompagnate dalle percussioni di Roberto Pecci. “Pillole” storico-architettoniche di Luciano Marziano. Partecipazione libera e gratuita.

Per l’inverno e la primavera prossimi, l’Università Agraria di Tarquinia, il Comune e Antonello Ricci annunciano, fin d’ora, una nuova serie di iniziative dedicate a una pubblica riflessione popolare su identità locale e tradizioni, comunità e derive storico-sociali del presente cornetano-tarquiniese.

ITINERARIO PREVISTO: Barriera S. Giusto (appuntamento nei pressi del monumento a Mazzini); Palazzo Vitelleschi; Palazzo Bruschi-Falgari;; Via Cesare Battisti (epigrafe Lawrence); Piazza S. Giovanni; Via della salute; Corso Vittorio Emanuele; Via Garibaldi (sosta atrio Palazzo Vipereschi sede Università Agraria); Piazza del Comune con sosta in Palazzo comunale (sala del Consiglio e sala degli affreschi); Alberata Dante Alighieri; Belvedere prospiciente la Civita.


Fino alla fine del Settecento, la costa tosco-laziale da Livorno a Civitavecchia avrebbe segnato un vero e proprio buco nero negli itinerari dei viaggiatori d’oltralpe (che avevano preferito per secoli le vie di comunicazione più interne, Cassia e Flaminia, se non addirittura, come ai tempi dell’infinita agonia di Roma antica, l’alternativa dell’imbarco). Ancora nel 1802 Joseph Forsyth, restandosene al sicuro a Siena, racconta la maremma a questo modo: «sebbene sia oggi peggiore d’un deserto, si pensa che in antico dovesse essere fertile e salubre». Padule e bulicami, fantasmi, streghe e santi, castelli diruti, febbri perniciose.

Proprio per questi stessi tratti, però, col dilagare del gusto romantico alla metà dell’Ottocento, la terra delle saline e dei bagni penali sarebbe diventata tappa obbligata di pellegrinaggio culturale. Dopo l’antefatto di Stendhal a Corneto infatti, dopo i bei libri della Hamilton Gray e di George Dennis, l’Etruria costiera si sarebbe svelata, agli occhi del letterato in tour, in tutto il suo fascino: la pittoresca, selvatica bellezza del territorio; le misteriose rovine, affioranti ovunque, di civiltà perdute; la (presunta) schiettezza popolare delle genti (a quei tempi, ricordiamo, popolare era sinonimo di primitivo, dunque di naturale).

Attorno agli anni Ottanta del secolo, finalmente, letti e sottoscritti dai nostri poeti e artisti, quei miti sarebbero stati per sempre consacrati all’itala retorica: i butteri pensosi e le mèrche di Fattori sceso alla Marsiliana (per i Macchiaioli la maremma rappresentò senz’altro una qualità superiore della luce – come ci ricorda Piergiorgio Zotti; ma tranne Fattori tutti scambiarono «per maremme i dintorni di Castiglioncello», seguitando a guardare da fuori quell’«aldilà motoso»), le novelle d’ambiente del Fucini, l’autoritratto sentimentale sub specie piccolo-borghese del Carducci. Stereotipi che avrebbero dimostrato forte capacità di presa sugli intellettuali della giovane nazione.

Nell’immaginario letterario del Novecento, per esempio, le splendide pagine di alcuni autori fra i maggiori – da Lawrence a Cardarelli – fanno fede dell’inequivocabile sopravvivere di una romantica Etruria-infanzia in chiave antimoderna. Per quanto il fascino per quei sogni si andasse ormai definendo nel quadro d’una nuova sensibilità culturale. Saltiamo, allora, ai nostri giorni.

Dal mito d’un Etrusco tutto spirituale, sconfitto dal pragmatismo materialista dei Romani, all’epopea dei butteri rudi e schietti, scomparsi con il latifondo. Qualcuno, addirittura, ha voluto riconoscere un ultimo residuo carducciano nella triste parabola biografica e creativa del talentoso Bianciardi, maremmano genuino e fragoroso, sconfitto/ammazzato dall’operosa frenetica fredda Milano del boom. E ancora oggi, dalle leggende metropolitane d’un senso comune postmoderno e massmediatico spunta immancabile la formuletta turistica di maremme selvagge e incontaminate – agriturismi a cavallo e sagre della pappardella al cinghiale stile-Proloco. Tutto questo, nonostante le vicende annose e laceranti del tentato nucleare a Montalto di Castro; a dispetto del gigantesco, e ormai fumigante, tempio inquinante altolaziale: il polo termoelettrico Civitavecchia-Montalto, che garantisce già per maremme ed entroterra un futuro “blindato” – magari bagnatofortunato di piogge acide.

Antonello Ricci

 


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