Viterbo – Piero Ostellino è uno tra i più importanti editorialisti del maggiore quotidiano italiano, il Corriere della Sera. Esperto di cose sovietiche, per lungo tempo corrispondente da Mosca, è anche presidente del Centro Einaudi e raffinato cultore del pensiero liberale.
Se uno come lui (vedi Corsera di sabato 13), paragona il giovane premier Renzi al “primo” Mussolini viene, perciò, un qualche brivido. Specie se lo spiega non con l’età (ambedue capi del governo prima dei 40 anni) ma con l’oggettività delle analogie storiche: disastrose condizioni economiche ed assenza di tangibili miglioramenti, cui si contrappone l’alto consenso popolare personale.
All’origine ci sarebbe il perdurare di uno stato di “incultura politica” della nazione, terreno fertile per creare poco consapevole fiducia. In verità, l’editorialista parla più ruvidamente di capacità di Mussolini di “illudere gli italiani che l’Italia fosse quella grande nazione che non era” e di un Matteo Renzi che con “profetici annunci alimenta la speranza di molti italiani nelle riforme” che però non si fanno nei tempi fissati e quel che si fa appare abborracciato e poco convincente. Insomma, il balenare “di un luminoso avvenire”, mentre, almeno finora, agli annunci non si riesce a far seguire fatti pienamente concludenti e ci si accomoda sulla costatazione che al momento non ci sarebbero alternative.
In pratica, come direbbe una certa cultura di sinistra e di destra, “i poteri forti” non avrebbero ancora costruito un altro “uomo della provvidenza”.
E’ vero che Ostellino è un ostinato liberale, ma è altrettanto vero che quanto scrive glielo pubblica il Corriere, il giornale cioè della grande industria, della grande finanza, della borghesia dei salotti buoni. La cosa, quindi, non può non far sorgere qualche perplessità.
Specie se la legge finanziaria (oggi si chiama Def) non risolvesse i dilemmi tra tagli e investimenti e i nodi dello sviluppo, quelli che passano obbligatoriamente attraverso un forte passo indietro degli interessi consolidati di categorie, gruppi, enti (dalle regioni ai comuni) e quindi il consenso di chi deve.
Il solo pensiero che ciò non avvenga fa venire in mente quel che scrisse Pietro Nenni vedendo arrivare a Ponza, da arrestato dopo il 25 luglio ‘43, l’antico compagno socialista Benito Mussolini che, diventato Duce, lì lo aveva esiliato: ”Eccoci confinati nella stessa isola: io per decisione sua; egli per decisione delle camarille di Corte, militari e finanziarie che si sono servite di lui contro di noi e che oggi di lui si disfano nella speranza di sopravvivere”.
Anche allora i soliti poteri forti.
Oggi, non sarà proprio così perché la storia non si ripete. Però, il timore che non ci resti che piangere, c’è.
Conviene, comunque, sperare.
Renzo Trappolini
